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Tag: Torture

Il Pozzo e il Pendolo (1961)

by Cabal on mar.29, 2010, under 1961

Titolo Originale: The Pit and the Pendulum

Regia: Roger Corman

Cast: Vincent Price, Barbara Steele

“Morirai di una morte terribile! Morirai!” – Nicholas Medina

Siamo nel sedicesimo secolo, il giovane Francis Barnard giunge in Spagna dall’ Inghilterra per far luce sulla morte della sorella Elizabeth, moglie di Nicholas Medina. Arrivato al castello chiede spiegazioni sulla causa del decesso ma le risposte di Medina sono vaghe, al punto da portare Francis a sospettare che sia stato lui stesso ad ucciderla. Egli invece è sconvolto ed è convinto di avere seppellito viva la moglie a seguito di una diagnosi di morte errata da parte del medico di famiglia, il dottor Leon. Un susseguirsi di spettrali avvenimenti cominciano a verificarsi tra le mura del castello e per evitare di cadere nel baratro della follia, Medina decide di esumare la salma della moglie dal luogo in cui riposa.

Il Pozzo e il Pendolo è la seconda pellicola del ciclo ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, composto da otto film prodotti e realizzati dal grande Roger Corman. In quest’opera, e ancora di più nel precedente I Vivi e i Morti, Corman dà il meglio di sè realizzando un intramontabile capolavoro di cinema gotico. Ad aiutarlo in questa impresa il prolifico e sempre brillante sceneggiatore Richard Matheson, che per dare vita a questo film riprende in mano il racconto di Poe stravolgendone gli eventi e caricando l’atmosfera di tragico pathos. Nel racconto originale si narravano, in forma di soliloquio, le emozioni di un uomo che stava per essere giustiziato dall’ Inquisizione spagnola mentre nel film la trama è diversa ma non meno drammatica. Nicholas Medina è figlio di un inquisitore e nei sotterranei del castello di famiglia si trovano ancora gli strumenti di tortura del padre. Da bambino Nicholas scoprì come questi macchinari venivano utilizzati e lo shock gli procurò terribili visioni che ancora oggi lo perseguitano e lo spingono, ogni giorno di più, verso la follia. Egli teme di aver seppellito viva la moglie, condannandola ad atroci sofferenze come quelle che vide infliggere agli uomini e alle donne vittime dell’ Inquisizione. L’atmosfera del film rispecchia egregiamente l’animo cupo e tormentato dei protagonisti sin dall’inquadratura iniziale della scogliera sulla quale è costruito il castello, gelida e sempre percossa dalle onde di un mare che non trova pace. Altrettanto magistrali gli interni attraverso cui si muove la regia, come fosse uno spettro nascosto tra cunicoli illuminati dalla sola luce delle torce e coperti di polvere secolare. La contrapposizione tra questi oscuri passaggi segreti e le stanze del castello elegantemente ammobiliate e decorate trasmette allo spettatore la sensazione che il pericolo, fuori da esse, sia sempre in agguato. La grande sala delle torture che ospita il diabolico meccanismo del pendolo sembra davvero, come grida lo stesso Medina, la porta dell’ inferno. Gli attori immersi in questi scenari recitano ad un buon livello ma sopra a tutti si erge, come sempre, l’ineguagliabile Vincent Price, che dà vita al dramma interiore del suo personaggio con l’emotiva ed esasperata teatralità che solamente lui sa portare sul grande schermo. Per tutto il film siamo così coinvolti dalla sua recitazione che dopo il finale, quando il climax è raggiunto e le ultime battute vengono pronunciate, ci attendiamo di vedere calare il sipario come in un vero teatro. L’apparizione di Barbara Steele è breve ma di impatto, Corman la scelse dopo averla vista recitare ne La Maschera del Demonio di Mario Bava e ne rimase impressionato. Anche i costumi sono ben realizzati e la tecnica di colorazione usata, il Pathècolor, è perfetta per dare alla pellicola un gusto “antico”. Roger Corman mette in scena un capolavoro che diverrà un punto di riferimento per i registi del futuro e non si discosta da quella che fu l’essenza delle poesie di Poe anche se ne reinterpreta i contenuti. Ancora oggi possiamo cogliere gli echi del suo inconfondibile stile nelle produzioni contemporanee. Da vedere assolutamente.

Curiosità:

Il pendolo costruito per la scena finale era di legno ma la lama era di gomma.

Il secondo film del ciclo su Poe non doveva essere Il Pozzo e il Pendolo bensì La Maschera della Morte Rossa. Corman riteneva quest’ultimo troppo simile a Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman e quindi ne posticipò la realizzazione.

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Martyrs (2008)

by Cabal on feb.12, 2010, under 2008, Horror

Titolo Originale: Martyrs (Letteralmente: Martiri)

Regia: Pascal Laugier

Cast: Moriana Alaoui, Milène Jampanoi, Isabelle Chasse

Genere: Horror (Sottogenere: Torture Porn)

“E’ facile creare una vittima. Il mondo come lo conosciamo è pieno di vittime. I martiri sono eccezionalmente rari.”- Mademoiselle

Anna e Lucie sono due ragazze che hanno subìto un trauma da bambine. Lucie è in cerca di vendetta nei confronti di coloro che l’hanno rapita e hanno usato violenza su di lei, Anna la comprende perchè anche lei ha vissuto una storia di abusi sessuali. Giunte nei pressi di una casa isolata, Lucie entra furiosa e uccide la famiglia che vi abita e che lei ritiene responsabile di quanto le è accaduto, ma questo non serve a cancellare dalla sua mente le visioni di una donna mostruosa che la perseguita. In quella casa Anna scova un passaggio che porta a uno scantinato, utilizzato dall’organizzazione di rapitori per nascondere giovani donne e fare esperimenti su di loro. Fuggire non sarà facile…

Ho aperto questo blog perchè sono un appassionato di cinema ed un collezionista di film. Di pellicole ne ho viste circa 6000 di cui 3000 fanno parte della mia collezione, ma pochi, davvero pochi mi hanno disturbato come Martyrs. All’inizio la storia di Lucie e delle sue visioni è l’elemento portante della trama, la donna-mostro è sicuramente appartenente a un mondo illusorio da cui Lucie, però, resta sempre ferita realmente. Ci viene il dubbio, per non dire la speranza, che Laugier abbia intrapreso la via di un film gore-spettrale come pretesto per approfondire psicologicamente il personaggio, soffriamo con lei e anche noi vorremmo aiutarla ma il demone è nella sua testa e solo lei può sconfiggerlo. Abusi e violenze passate che un minore non dimentica e che segnano la sua mente e il suo cuore per il resto della sua vita, immergendolo in un dolore mille volte più grande di lui. Pregevole intento, quello del regista, di rappresentare visivamente i demoni della mente attraverso il tema estremamente delicato dell’autolesionismo (problema reale di molti giovani con una vita difficile) ma proprio quando vogliamo analizzarlo sotto questo aspetto il film prende una svolta e l’attenzione si rivolge ad Anna. Restiamo confusi, decisamente delusi, ma non possiamo smettere di guardare. Intrappolata nel covo dei rapitori è costretta a sopportare tutto quello che fecero a Lucie. Giunti alla fine ci pentiremo di non aver chiuso gli occhi, perchè il destino di Anna è ancora peggiore di quello dell’amica. Per tutto il film la palette di colori è gelida, avvertiamo sempre una sensazione di freddo. Il freddo della morte che lentamente penetra in Anna riesce a varcare i confini dello schermo ed entrare in noi, ponendo il seme di una pena che crescerà fino a nausearci. Già da bambine Anna e Lucie erano schiave e ancora lo sono da grandi, schiave dell’odio e del tormento. Nessuna delle due può combattere contro un sistema studiato per non lasciare scampo, neppure per chi riesce a fuggire da esso. Soffrire e ancora soffrire, fino a morire o accettare la sofferenza come stato immutabile della vita. E dopo? Cosa ci aspetta dopo, felicità o oblìo? Viene quasi da chiedersi se il fine ultimo di Laugier non fosse stato quello di fare delle due ragazze dei simboli dell’uomo moderno, circondato da milioni di mondi e realtà che in egual modo lo rendono schiavo, tema trattato in molte pellicole a partire da Metropolis fino a Fight Club. Alcune cadute di stile ci sono: la violenza sembra studiata con l’intento di disturbare a tutti i costi lo spettatore e le vittime sono sempre delle belle e giovani donne, ormai simbolo stereotipato, soprattutto nel genere horror, della creatura indifesa e vulnerabile. Non si capisce poi perchè Lucie, dopo essere riuscita a fuggire, invece di far arrestare i torturatori dalla polizia decide di ucciderli con le sue mani diversi anni dopo e per di più aiutata solo da un’amica. Il finale è scontato perchè la pretesa di partenza è troppo grande: sapere cosa c’è dopo la morte. Sarebbe stato più saggio incentrare il tema sulla difficoltà di vincere le proprie paure e tutto avrebbe avuto un risvolto più apprezzabile, lasciandoci meno un senso di amaro in bocca. In conclusione la prima metà del film promette davvero grandi cose, il resto subisce un grave calo di stile. Consigliato solo a stomaci forti perchè, tra gli alti e i bassi, di violenza se ne vede tanta.

Curiosità:

Nel precedente film di Pascal Laugier, Saint Ange, il personaggio principale è una ragazza di nome Anna Jurin. In Martyrs Anna è il nome di una delle due ragazze mentre l’altra si chiama Lucie Jurin.

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