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Tag: Spettri

Amleto (1990)

by Cabal on mag.01, 2010, under 1990, Drammatico, Storico

Titolo Originale: Hamlet

Regia: Franco Zeffirelli

Cast: Mel Gibson, Glenn Close, Helena Bonham Carter

Genere: Drammatico, Storico

“Essere o non essere, tutto qui. E’ più nobile per l’anima sopportare impavidi i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all’oceano dell’infelicità rifiutarsi e dire di no? Prendere un’arma e finirla. Morire…Dormire…Niente altro.” – Amleto

Nel castello di Elsinore si celebra il funerale del Re di Danimarca. Amleto, figlio del Re, assiste pieno di dolore assieme alla madre Gertrude. In seguito lo spettro del padre defunto si metterà in contatto col figlio prediletto per svelargli di essere stato ucciso a tradimento dal fratello Claudio che, così facendo, ha potuto diventare erede al trono e sposare Gertrude. La vendetta si farà inesorabilmente strada nell’animo di Amleto che è intenzionato a uccidere lo zio, ma nel continuo tramare e soffrire molte altre morti avranno luogo.

L’Amleto di Franco Zeffirelli ha il difficile compito di uscire a testa alta dal paragone che per forza di cose i cinefili sono soliti fare con l’opera omonima del 1948, in cui il ruolo principale era affidato al bravissimo Laurence Olivier. In verità bisogna ammettere che Zeffirelli ha preso una strada differente dalla pellicola precedente, mettendo in scena una prova teatrale con attori capaci di rendere più moderna e scorrevole la famosa tragedia, nonostante questa sia ambientata nel medioevo. La sceneggiatura si prende la libertà di interpretare l’opera di Shakespeare per darle quel respiro cinematografico altrimenti assente, anticipando e postponendo le scene teatrali in ordine differente rispetto al testo originale e tagliando gran parte delle numerose battute che sarebbero risultate troppo lunghe per i tempi medi di un lungometraggio moderno. Kenneth Branagh si spinse oltre questo limite nel 1996, girando un adattamento completamente fedele al testo originale ma della durata di 242 minuti, difficilmente masticabile dallo spettatore medio. Zeffirelli punta tutto sull’interpretazione visiva giocando con forti contrapposizioni di interni ed esterni, per sottolineare quanto tra le mura del castello in cui si consuma la tragedia si respiri un’aria cimiteriale, mentre al di fuori di esso la luce doni speranza e le persone riescano persino a sorridere. E’ evidenziata anche una metaforica “verticalità” delle scene: dall’alto della torre Amleto scopre la verità nell’incontro col fantasma del padre e lo stesso fa mentre si aggira furtivo sui ponti rialzati, ascoltando le male parole che vengono pronunciate dai castellani sotto di lui. Quando scende al livello degli altri personaggi ecco che tutto è male, invidia, tradimento e bugia. In alto, dove stanno gli angeli, vi è la salvezza quasi paradisiaca mentre in basso, dove vive l’uomo, si sprofonda nei più abietti e immorali inferi. Il lavoro del regista su questo approccio visivo è molto piacevole e aiuta a non rimanere oppressi dalla claustrofobica scenografia del solo castello che avrebbe altrimenti appiattito molto il film. Lo stravolgimento dalla continuità degli eventi rispetto all’opera originale ci dà un certo senso di smarrimento, fortunatamente non troppo invasivo. Il cast fornisce uno spettro di interpretazioni ampio e valido, con una piacevole sorpresa per la recitazione di Mel Gibson, al tempo conosciuto solo per i suoi film d’azione. Qui Gibson pone le basi per quella che sarà la sua interpretazione più famosa, il William Wallace di Braveheart, caricando le espressioni nella maniera più drammatica per dare spessore alle scene dei cupi e tormentati soliloqui del protagonista. L’energia che il suo Amleto sprigiona è notevole ed è un continuo lottare tra il volerla liberare, portando a termine la sua vendetta, e il tentare di trattenerla per dare ascolto alla ragione. Possiamo dire che il vero Amleto shakespeariano era combattuto proprio da queste emozioni e quindi Mel Gibson si avvicina al personaggio con un approccio molto professionale. Non si può dire meno degli altri attori, tutti impegnati a dare corpo alle rispettive recitazioni, con una nota di merito su tutti per la brava Helena Bonham Carter. La sua Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre e per il rifiuto amoroso di Amleto, è davvero memorabile. Non possiamo fare tutte le analisi filosofiche, storiche, letterarie e quant’altro di un’opera teatrale così famosa nel solo spazio di una recensione, però possiamo notare che, nonostante la versione di Zeffirelli sia modificata a dovere, molti dei contenuti sono presenti. Può risultare quindi interessante, anche sotto un profilo di studio, analizzare a fondo questa pellicola. La scena finale si ricollega con quella iniziale, inquadrando il corpo ormai privo di vita di Amleto come quello del padre prima di lui e chiudendo il ciclo della sua tormentata vita. Visione altamente consigliata.

Curiosità:

Nel film manca il personaggio di Fortebraccio, che nell’opera teatrale aveva un ruolo importante soprattutto nella parte conclusiva in quanto diventava il nuovo erede al trono dopo la morte di Amleto.

Si pensa che Shakespeare si sia ispirato alla leggenda di Amleth, raccontata dallo storico Saxo Grammaticus nella sua opera “Gesta Danorum”. In effetti gli eventi sono molto simili così come i nomi dei personaggi coinvolti.

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Il Pozzo e il Pendolo (1961)

by Cabal on mar.29, 2010, under 1961

Titolo Originale: The Pit and the Pendulum

Regia: Roger Corman

Cast: Vincent Price, Barbara Steele

“Morirai di una morte terribile! Morirai!” – Nicholas Medina

Siamo nel sedicesimo secolo, il giovane Francis Barnard giunge in Spagna dall’ Inghilterra per far luce sulla morte della sorella Elizabeth, moglie di Nicholas Medina. Arrivato al castello chiede spiegazioni sulla causa del decesso ma le risposte di Medina sono vaghe, al punto da portare Francis a sospettare che sia stato lui stesso ad ucciderla. Egli invece è sconvolto ed è convinto di avere seppellito viva la moglie a seguito di una diagnosi di morte errata da parte del medico di famiglia, il dottor Leon. Un susseguirsi di spettrali avvenimenti cominciano a verificarsi tra le mura del castello e per evitare di cadere nel baratro della follia, Medina decide di esumare la salma della moglie dal luogo in cui riposa.

Il Pozzo e il Pendolo è la seconda pellicola del ciclo ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, composto da otto film prodotti e realizzati dal grande Roger Corman. In quest’opera, e ancora di più nel precedente I Vivi e i Morti, Corman dà il meglio di sè realizzando un intramontabile capolavoro di cinema gotico. Ad aiutarlo in questa impresa il prolifico e sempre brillante sceneggiatore Richard Matheson, che per dare vita a questo film riprende in mano il racconto di Poe stravolgendone gli eventi e caricando l’atmosfera di tragico pathos. Nel racconto originale si narravano, in forma di soliloquio, le emozioni di un uomo che stava per essere giustiziato dall’ Inquisizione spagnola mentre nel film la trama è diversa ma non meno drammatica. Nicholas Medina è figlio di un inquisitore e nei sotterranei del castello di famiglia si trovano ancora gli strumenti di tortura del padre. Da bambino Nicholas scoprì come questi macchinari venivano utilizzati e lo shock gli procurò terribili visioni che ancora oggi lo perseguitano e lo spingono, ogni giorno di più, verso la follia. Egli teme di aver seppellito viva la moglie, condannandola ad atroci sofferenze come quelle che vide infliggere agli uomini e alle donne vittime dell’ Inquisizione. L’atmosfera del film rispecchia egregiamente l’animo cupo e tormentato dei protagonisti sin dall’inquadratura iniziale della scogliera sulla quale è costruito il castello, gelida e sempre percossa dalle onde di un mare che non trova pace. Altrettanto magistrali gli interni attraverso cui si muove la regia, come fosse uno spettro nascosto tra cunicoli illuminati dalla sola luce delle torce e coperti di polvere secolare. La contrapposizione tra questi oscuri passaggi segreti e le stanze del castello elegantemente ammobiliate e decorate trasmette allo spettatore la sensazione che il pericolo, fuori da esse, sia sempre in agguato. La grande sala delle torture che ospita il diabolico meccanismo del pendolo sembra davvero, come grida lo stesso Medina, la porta dell’ inferno. Gli attori immersi in questi scenari recitano ad un buon livello ma sopra a tutti si erge, come sempre, l’ineguagliabile Vincent Price, che dà vita al dramma interiore del suo personaggio con l’emotiva ed esasperata teatralità che solamente lui sa portare sul grande schermo. Per tutto il film siamo così coinvolti dalla sua recitazione che dopo il finale, quando il climax è raggiunto e le ultime battute vengono pronunciate, ci attendiamo di vedere calare il sipario come in un vero teatro. L’apparizione di Barbara Steele è breve ma di impatto, Corman la scelse dopo averla vista recitare ne La Maschera del Demonio di Mario Bava e ne rimase impressionato. Anche i costumi sono ben realizzati e la tecnica di colorazione usata, il Pathècolor, è perfetta per dare alla pellicola un gusto “antico”. Roger Corman mette in scena un capolavoro che diverrà un punto di riferimento per i registi del futuro e non si discosta da quella che fu l’essenza delle poesie di Poe anche se ne reinterpreta i contenuti. Ancora oggi possiamo cogliere gli echi del suo inconfondibile stile nelle produzioni contemporanee. Da vedere assolutamente.

Curiosità:

Il pendolo costruito per la scena finale era di legno ma la lama era di gomma.

Il secondo film del ciclo su Poe non doveva essere Il Pozzo e il Pendolo bensì La Maschera della Morte Rossa. Corman riteneva quest’ultimo troppo simile a Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman e quindi ne posticipò la realizzazione.

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The X Files – Serie TV (1993/2002)

by Cabal on mar.11, 2010, under 1993, Fantascienza, Serie TV, Thriller

Titolo Originale: The X Files (Letteralmente: I casi X)

Cast: Gillian Anderson, David Duchovny, Robert Patrick, Annabeth Gish

Genere: Thriller – Fantascienza

“La verità è là fuori” – Fox Mulder

L’agente dell’FBI Dana Scully, specializzata in medicina legale, viene assegnata al reparto denomitato “X-Files” in affiancamento all’agente Fox Mulder, detto “Lo spettrale“, famoso per i suoi metodi investigativi poco ortodossi e per la sua convinzione riguardo l’esistenza degli alieni. Questi ultimi rapirono sua sorella quando erano bambini e Mulder vide tutto con i suoi occhi ma negli anni nessuno gli credette mai, per questo quando divenne agente dell’FBI gli affidarono gli X-Files, indagini ancora aperte su casi irrisolti e scientificamente inspiegabili. Nella soluzione dei casi paranormali egli spera di mettere insieme indizi che possano ricondurlo al ritrovamento della sorella. Scully lo acccompagna in questa ricerca ma il suo scetticismo le impedisce di credere del tutto alle teorie di Mulder fino a quando la verità su alcuni casi metterà a repentaglio le loro stesse vite. I due agenti scopriranno che un grande complotto contro l’umanità è portato avanti da organizzazioni segrete che stanno gettando le basi per una grande invasione aliena mentre altre forze cercano di contrastare la realizzazione di questo terribile progetto. Il destino del mondo è quantomai incerto e Scully e Mulder faranno il possibile per impedirne la disfatta.

La serie TV The X-Files appartiene al filone di telefilm di nuova generazione che invase i nostri circuiti televisivi negli anni novanta. Se proviamo a tornare indietro di altri dieci anni o qualcosa di più non possiamo non ricordare titoli come Dr.Who, Visitors, UFO e altre serie memorabili che colmarono l’insaziabile desiderio di fantascienza degli appassionati di un tempo. I mezzi a disposizione erano limitati e decisamente più artigianali rispetto a oggi ma le atmosfere erano più tangibili e più vere pur trattandosi di finzione e le idee pù originali. La differenza tra le serie TV di quegli anni e quelle di nuova generazione sta proprio nella forma perchè la sostanza, nelle produzioni moderne, è ormai una qualità rara da trovare. L’idea alla base di X-Files è delle più scontate tanto che Chris Carter, ideatore del progetto e sceneggiatore, afferma di aver preso direttamente spunto dal telefilm Kolchak: The Night Stalker degli anni settanta. La trama è molto simile ma il protagonista è un giornalista invece di un poliziotto. Anche nel film Essi Vivono (1988 per la regia di John Carpenter) si parlava di alieni che governavano il mondo nascondendosi tra i piani alti della società. Nella serie The X-Files la sceneggiatura è come un grande calderone in cui si gettano tutte le mitologie da ogni parte del mondo e ci si costruiscono attorno gli episodi, niente di inventato ad arte insomma. Torniamo quindi alla forma e cominciamo ad elencare i pregi di questa longeva serie. Davanti a The X-Files non possiamo fare altro che rimanere stupiti da tanta professionalità, tutti i reparti sono altamente qualificati tanto che ogni fotogramma è sotto il controllo più totale della troupe e faticheremo a trovare un oggetto fuori posto perchè la scenografia è curatissima fin nei minimi dettagli. Il lavoro di fotografia è sbalorditivo, tutte le luci sono delicatamente sfumate e gli ambienti sia esterni che interni, così come gli attori, sono illuminati seguendo un perfetto criterio che ne risalta profondità e volumi. Durante le oltre 200 puntate vedremo i tecnici prodigarsi nell’allestire con ottimi risultati qualunque scenario possibile, come fosse un mero esercizio di stile. Da cupi interni di palazzi a vie intricate delle metropoli, da squallide fognature a casinò di lusso, da deserti messicani a montagne innevate canadesi, ogni tipo di scenografia è stato sfruttato e non si ha mai l’impressione di vedere due volte lo stesso episodio. Non da meno la professionalità di truccatori e costumisti al punto che gli attori sono sempre perfetti in ogni scena e con l’evolversi della trama e il passare degli anni cambiano esteticamente in maniera più che convincente, rivelando uno studio accurato e mirato alla caratterizzazione dei personaggi. Meritati elogi vanno anche agli artisti degli effetti speciali, tutti di ottima fattura e realizzati con tecniche miste di ogni sorta. La mancanza di originalità nella trama viene ampiamente colmata da una sceneggiatura di tutto rispetto capace di dosare con perfetto ritmo suspence, horror, fantascienza, romanticismo, azione e humor e di alternare episodi primari e secondari (dei 202 episodi che compongono la serie solo 61 sviluppano la trama principale dell’invasione aliena, gli altri sono storie autoconclusive) senza far scemare l’interesse dello spettatore. Molto intelligente è la scelta di accennare continuamente al rapporto di attrazione che nasce tra Scully e Mulder, mantenendo sempre alta la tensione sessuale tra i due che porterà lo spettatore a legarsi emotivamente ai personaggi per scoprire come andrà a finire la loro relazione apparentemente platonica. La serie doveva concludersi alla fine della quinta stagione ma il grande successo portò i dirigenti della 20th Century Fox a fare pressione affinchè venissero realizzati altri episodi. L’attore David Duchovny compare raramente negli episodi delle ultime due stagioni poichè decise di dedicarsi ad altri progetti e fu sostituito da Robert Patrick (Terminator 2) nella parte di John Doggett. Nel telefilm, per far coincidere la finzione con la realtà, si decise di affidare a quest’ultimo la direzione degli X-Files con l’incarico speciale di ritrovare l’agente Mulder nel frattempo misteriosamente scomparso. L’ottima interpretazione di Robert Patrick porta nuovo vigore alla serie e riesce a donare quell’alone di virilità che mancava al personaggio di Mulder, dando così agli sceneggiatori la possibilità di focalizzarsi maggiormente sulle scene di azione. Possiamo dire dunque che The X-Files è una produzione che eleva la soglia di competenze molto al di sopra del livello medio delle produzioni degli anni precedenti e dona agli spettatori piacevolissime emozioni.

Fin qui abbiamo tessuto tutte le lodi possibili a questa serie che coinvolge e diverte, ora proviamo a muovere qualche critica. Per quasi tutte le stagioni, nonostante l’andamento della sceneggiatura nelle singole puntate sia generalmente ben studiato, l’opening è sempre lo stesso: i due agenti scoprono un cadavere, Scully fornisce una spiegazione scientifica, Mulder la contraddice adducendo una spiegazione paranormale e infine lui ha sempre ragione. L’evidenziare il contrasto tra i due risulta il più delle volte una scelta azzeccata ma per 202 episodi diventa ripetitiva. Molto meno accettabile è l’ostinazione che Scully e Doggett hanno nel non voler credere a quello che vedono, una vera forzatura caratteriale dei personaggi. Entrambi assistono a manifestazioni di fantasmi, di alieni, vedono creature mostruose, addirittura muoiono e poi risorgono ma fino all’ultimo non accettano l’esistenza di una dimensione paranormale. Passando in esame gli attori, David Duchovny è la spina nel fianco di tutta la serie, la sua recitazione è piatta, monotona e veramente poco ispirata e questo non si addice a chi ha l’onore di interpretare il personaggio principale di una serie che durerà per ben nove anni. Fortunatamente dall’altra parte abbiamo un cast di tutto rispetto, ogni attore cerca di dare spessore e caratteristiche uniche al proprio personaggio e la serie può così vantare un vasto spettro di ottime interpretazioni. Gillian Anderson brilla, o per meglio dire risplende, di luce propria ed è bravissima nell’esprimere tutte le possibili emozioni che attraversano l’anima di Dana Scully, donandole un carattere femminile, guerriero, fragile, amorevole, simpatico, infantile e maturo allo stesso tempo. La sua recitazione è in pefetta sintonia con quanto richiede la sceneggiatura e questa sua capacità interpretativa la trasforma nel vero e unico personaggio portante di X-Files, eclissando tutti gli altri attori che comunque svolgono un ottimo lavoro. Arriviamo infine a criticare l’aspetto forse più importante: i messaggi intrinsechi nel telefilm. Siamo di fronte a una produzione mainstream americana perciò sappiamo già dove si andrà a parare: 1) I protagonisti americani sono sempre belli e il loro fisico è sempre in forma, pare che il tempo non possa nulla contro di loro e soprattutto vincono sempre; 2) I cattivi sono sempre di altre nazionalità; 3) Vi è il classico messaggio militaresco, ovvero spirito di squadra e forte unione contro un nemico comune, esaltato al punto da far sacrificare ad alcuni personaggi i propri figli nel tentativo di salvare gli Stati Uniti e l’umanità (Vietnam e Iraq ci ricordano qualcosa in merito a questo triste tema…); 4) Gli americani sono sempre buoni e incapaci di compiere azioni riprovevoli tranne quando sono posseduti da delle entità non americane che comandano i loro pensieri e le loro azioni. Se riusciamo a dare il giusto peso a queste tematiche siamo pronti a entrare nel mondo di X-Files e a goderci 202 episodi di grande intrattenimento e di ottima fattura.

Curiosità:

La serie The X-Files” si trova al secondo posto nella classifica dei “25 Migliori Telefilm di Sempre” redatta dalla famosa rivista TV Guide e il personaggio di Fox Mulder è al settimo posto nella classifica delle “25 Leggende della Fantascienza”.

David Duchovny apparve in alcuni episodi della serie Twin Peaks del 1990 diretta da David Lynch.

L’idea per la composizione della sigla di apertura “The X-Files Theme” venne al compositore Mark Snow quando premette accidentalmente un tasto sulla propria tastiera mentre era attivo un effetto sonoro detto “Echo”. Il suono gli piacque e decise di comporre il resto mantenendo la stessa atmosfera.

Vennero realizzati due videogames ispirati alla serie TV, uno per PC (The X-Files Game) e un altro per Playstation 2 (The X-Files: Resist or Serve).

L’episodio intitolato “Millennium” è stato prodotto per chiarire alcuni eventi conclusivi della trama principale di un altro telefilm omonimo (Millennium del 1996) creato dallo stesso Chris Carter ma poi terminato improvvisamente alla fine della terza stagione a causa dei bassi ascolti. L’attore principale era Lance Henriksen (Aliens – Scontro Finale).

Il lungometraggio “X-Files – Il Film” del 1998 si colloca tra la quinta e la sesta stagione della serie TV, mentre “X-Files – Voglio Crederci” del 2008 si colloca dopo la nona stagione.

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Drag Me to Hell (2009)

by Cabal on feb.18, 2010, under 2009, Horror

Titolo Originale: Drag Me to Hell (Letteralmente: Trascinami all’Inferno)

Regia: Sam Raimi

Cast: Alison Lohman, Lorna Raver

Genere: Horror

“Non possiamo tentare di comprendere il mondo con il solo intelletto” – Rham Jas

Christine Brown è dipendente in banca e si occupa di prestiti. Vorrebbe avere la promozione a vice-direttore ma deve dimostrare al suo capo che ha le capacità necessarie. L’occasione le si presenta quando entra nel suo studio un’anziana, di nome Sylvia Ganush, per chiedere una proroga al pagamento del mutuo affinchè la banca non si riprenda la sua casa. Christine rifiuta la proroga e la vecchia le lancia una maledizione. Entro tre giorni lo spirito del Capro Nero, detto Lamia, verrà a prenderla per trascinare la sua anima all’Inferno…

Veramente valida l’idea di partenza di questo film, sviluppata attorno alle cupe atmosfere di credenze gitane viste raramente in altri film. Bisogna precisare, però, che qui il demone chiamato Lamia ha le sembianze di un caprone demoniaco evocato da atti di stregoneria mentre nella mitologia Lamia è il nome della regina di Libia che si innamorò di Zeus e da cui ebbe dei figli. La moglie di Zeus si adirò per il tradimento e uccise i figli di Lamia, inducendo quest’ultima ad una terribile vendetta: invasa da una rabbia irrefrenabile iniziò a divorare i bambini delle altre madri e presto il suo corpo prese orribili fattezze metà donna e metà animale. L’ispirazione per Sam e Ivan Raimi durante la stesura dello script è forse più influenzata da una specifica credenza di alcune comunità zingare, secondo la quale se il morto non è debitamente onorato può tornare in vita sotto forme animali per reclamare vendetta. In effetti la vecchia Ganush, poco dopo l’incontro con Christine, muore. Che sia forse lei stessa il demone Lamia? Queste considerazioni personali sono di poco conto in quanto la sceneggiatura regge senza difficoltà tutto l’impianto del film destando sempre un certo livello di attenzione. La tensione è ben giostrata da Raimi, che si diverte a giocare con cliché del genere (il motore che non parte proprio quando bisogna fuggire in auto, la maniglia della porta  si muove lentamente quando il demone tenta di entrare e così via…) divertendoci col suo inconfondibile tocco personale. A mantenere alta la tensione ci pensa anche il fattore “conto alla rovescia”, tre giorni e non uno di più per scappare da un demone potentissimo ed estremamente determinato a compiere la sua missione. La scelta degli attori è ben studiata: Christine (Alison Lohman) ci appare come una docile creatura dal viso fanciullesco, capace di terribili nefandezze dietro questa candida facciata; il suo ragazzo Clayton (Justin Long) è altrettanto pulito nei lineamenti e sprigiona tutto il benessere che la sua elevata classe sociale porta con sè, marcando netto il contrasto con i “malvagi” zingari, che poi di malvagio non fanno proprio nulla se non essere maltrattati da una upper class di banchieri. Ma la vera star di questa pellicola è indubbiamente Lorna Raver nella parte di Sylvia Ganush. Una forza recitativa devastante soprattutto se relazionata all’età dell’attrice, quasi settantenne. In qualunque scena ella compaia eclissa totalmente gli altri attori, incarnando e insieme sprigionando la forza distruttrice della vendetta che incanala nella sua terribile maledizione. Questa sua interpretazione carica il film di terrore mentre attendiamo di vedere il Capro Nero rivelato. Tutto è confezionato con professionalità, anche gli effetti speciali del maestro Gregory Nicotero sono di ottimo livello, ma c’è qualcosa che non va… questo non è il Sam Raimi che conosciamo. E’ come se il regista non potesse o non volesse esprimersi appieno. Forse per paura di ricadere nel già visto, forse per le pressioni commerciali delle major, forse perchè maturando ha modificato il suo stile… chissà. Fatto sta che per chi ha visto i suoi capolavori La Casa, La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre, rimane una sensazione di insoddisfazione al termine di questa sua opera nonostante vi siano ottimi presupposti. E’ invece un divertente intrattenimento se non si conosce il limite a cui può spingersi Raimi.

Curiosità:

Pare che durante un’intervista Sam Raimi avesse dichiarato di voler rendere omaggio al film La Notte del Demonio di Jacques Tourneur del 1957. In effetti la somiglianza con la trama di quest’ultimo film è notevole.

Sam Raimi appare in un cameo, è uno degli spiriti durante la scena di esorcismo.

L’automobile di Sylvia Ganush è una Oldsmobile Delta 88 del 1973. Appartiene realmente a Sam Raimi e fu usata anche nei precedenti film La Casa e La Casa 2.

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