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Tag: Mostri

Nel Tempio degli Uomini Talpa (1956)

by Cabal on mag.18, 2010, under 1956, Fantascienza, Monster Movie

Titolo Originale: The Mole People (Letteralmente: Il Popolo Talpa)

Regia: Virgil W. Vogel

Cast: John Agar, Cynthia Patrick, Hugh Beaumont

“Devono ucciderci perchè abbiamo messo in dubbio che il loro mondo è l’unico mondo e che i loro dèi sono gli unici dèi.” – Dr. Bentley

Il Dr. Bentley, assieme ad altri tre archeologi, si addentra nelle montagne dell’Asia centrale per scoprire una civiltà che, secondo alcune leggende, vive nelle viscere della Terra. Dopo un lungo viaggio trovano un tempio che sembra appartenere all’antica civiltà dei Sumeri e decidono di esplorare ancora più a fondo i cunicoli che si snodano sotto di esso. Proprio quando pensano che la loro ricerca sia finita vengono a contatto con delle strane creature e con un popolo albino che li farà prigionieri per sacrificarli alla loro divinità Ishtar.

Siamo negli anni ‘50 e la fantascienza è quasi il tema principale dei film dell’epoca, inevitabilmente attratta e al contempo spaventata dalle meraviglie della scienza. Molti registi decidono di seguire il filone dei Monster Movies, spesso basati su storie di mutazioni genetiche e di enormi creature che devastano città intere. Virgil Vogel prende una direzione leggermente diversa dal solito ed imbastisce un film in cui i “mostri” sono presenti ma non protagonisti. Nello svilupparsi della trama di Nel Tempio degli Uomini Talpa la vera protagonista è la scienza stessa, in eterno conflitto con la religione. Dal momento in cui i quattro archeologi vengono a contatto con la civiltà sotterranea lo scontro metaforico tra questi due credo è costante. Il Sommo Sacerdote Elinor, inizialmente, è convinto che Bentley e compagni siano degli dèi perchè in possesso di una torcia elettrica. La luce è il simbolo del potere divino per questo popolo che vive nell’oscurità, ma solo perchè è strumento di morte. Come si vedrà più avanti, i traditori e i ribelli vengono bruciati vivi proprio in una stanza illuminata dal sole grazie alla presenza di un piccolo cratere che mette in contatto i cunicoli con la superficie. Gli uomini sotterranei sono così abituati a vivere al buio che il solo contatto con la luce è  mortale. Vogel è chiaro nel suo messaggio: la scienza è portatrice di illuminazione e di progresso mentre la religione, se interpretata con fanatismo ed estremismo, condanna l’uomo all’oblio. E’ impressionante il quadro di violenza che regna nella struttura sociale di questo popolo, capace solo di schiavizzare ed uccidere, perennemente spaventato da tutto ciò che non conosce. Non si vedranno molto spesso, nei film fantascientifici degli stessi anni, scene “forti” come quelle delle fustigazioni e dei lavori forzati a cui sono sottoposti i poveri “uomini-talpa”. Nel quadro metaforico della storia essi sono il “diverso”, l’”incomprensibile” che va schiavizzato invece che capito, umiliato invece che rispettato, sempre sotto il punto di vista degli uomini sotterranei con gli occhi abituati a “non vedere” la realtà. Il Dr. Bentley (interpretato da John Agar, attore già consolidato nel panorama dei B-Movies) è, al contrario, un uomo sempre pronto a scoprire e sempre pronto a comprendere. Vedendo il mondo con gli occhi della scienza coglie sfumature che agli altri sono precluse e riesce a trovare soluzioni che gli altri non possono nemmeno immaginare. Nei fatti egli diventa quasi divino, finchè la forza della luce della scienza è con lui (nel film è la luce della sua torcia che rappresenta questo concetto). E’ evidente anche un altro messaggio del regista: l’uomo moderno non può comprendere i propri errori e affrontare il futuro se prima non studia il suo passato e non a caso Bentley e compagni sono archeologi. Vogel avrebbe potuto utilizzare qualunque altra professione legata alla scienza per caratterizzare i suoi personaggi principali ma sceglie proprio l’archeologia, fortemente legata allo studio delle civiltà antiche. Solo dopo aver colto queste sfumature, che rendono alla pellicola un certo onore, possiamo passare sopra a diversi punti negativi. Il ritmo è piuttosto lento, soprattutto nella prima metà del film, a causa di un inutile soffermarsi sulla fase esplorativa degli archeologi. Ci vuole una certa dose di passione per i B-Movies per non annoiarsi a morte prima del momento cruciale, in cui si svela il segreto della civiltà sotterranea, si vedono i tanto attesi mostri e il ritmo comincia a incalzare. I dialoghi non sono sempre all’altezza dei contenuti sopra descritti, alternando battute taglienti ad altre veramente banali. Gli effetti speciali sono buoni, spesso al di sopra della media del genere, soprattutto nella realizzazione del mondo sotterraneo creato con enormi tavole dipinte a mano, usate per gli sfondi, e nella realizzazione dei costumi degli uomini-talpa (a quanto pare la maggior parte del budget messo a disposizione dalla Universal è andato proprio al reparto SFX). Piuttosto scadente il reparto recitativo, unico a distinguersi fra gli attori è John Agar, che mette a segno probabilmente il personaggio più riuscito della sua carriera. Provate a dare uno sguardo a Nel Tempio degli Uomini Talpa se apprezzate i film con venature dark, ma non piacerà a tutti. Gli appassionati di B-Movies possono stare tranquilli e godersi la visione, apprezzando anche la singolarità delle creature.

Curiosità:

Nel film la divinità del popolo sotterraneo è Ishtar. Bentley ci spiega che il popolo sotterraneo è antenato dei Sumeri, ma la divinità sumera corrispondente a Ishtar è Inanna. Ishtar è in realtà una divinità Assiro-Babilonese.

Alcune scene di questo film sono state riutilizzate nel film The Wild World of Batwoman (Letteralmente: Il Selvaggio Mondo di Batwoman).

La scena in cui Bentley e compagni si affacciano per la prima volta davanti al tempio sotterraneo degli uomini-talpa riecheggia vagamente la scena della scoperta del tempio nel film Alien Vs Predator.

La scena finale del film in origine era diversa. Il Dr. Bentley e Adal, la ragazza appartenente al popolo sotterraneo, fuggono e vivono insieme felici. Purtroppo non è stato possibile inserirla perchè la produzione non accettava l’idea di una possibile relazione tra razze differenti.

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The X Files – Serie TV (1993/2002)

by Cabal on mar.11, 2010, under 1993, Fantascienza, Serie TV, Thriller

Titolo Originale: The X Files (Letteralmente: I casi X)

Cast: Gillian Anderson, David Duchovny, Robert Patrick, Annabeth Gish

Genere: Thriller – Fantascienza

“La verità è là fuori” – Fox Mulder

L’agente dell’FBI Dana Scully, specializzata in medicina legale, viene assegnata al reparto denomitato “X-Files” in affiancamento all’agente Fox Mulder, detto “Lo spettrale“, famoso per i suoi metodi investigativi poco ortodossi e per la sua convinzione riguardo l’esistenza degli alieni. Questi ultimi rapirono sua sorella quando erano bambini e Mulder vide tutto con i suoi occhi ma negli anni nessuno gli credette mai, per questo quando divenne agente dell’FBI gli affidarono gli X-Files, indagini ancora aperte su casi irrisolti e scientificamente inspiegabili. Nella soluzione dei casi paranormali egli spera di mettere insieme indizi che possano ricondurlo al ritrovamento della sorella. Scully lo acccompagna in questa ricerca ma il suo scetticismo le impedisce di credere del tutto alle teorie di Mulder fino a quando la verità su alcuni casi metterà a repentaglio le loro stesse vite. I due agenti scopriranno che un grande complotto contro l’umanità è portato avanti da organizzazioni segrete che stanno gettando le basi per una grande invasione aliena mentre altre forze cercano di contrastare la realizzazione di questo terribile progetto. Il destino del mondo è quantomai incerto e Scully e Mulder faranno il possibile per impedirne la disfatta.

La serie TV The X-Files appartiene al filone di telefilm di nuova generazione che invase i nostri circuiti televisivi negli anni novanta. Se proviamo a tornare indietro di altri dieci anni o qualcosa di più non possiamo non ricordare titoli come Dr.Who, Visitors, UFO e altre serie memorabili che colmarono l’insaziabile desiderio di fantascienza degli appassionati di un tempo. I mezzi a disposizione erano limitati e decisamente più artigianali rispetto a oggi ma le atmosfere erano più tangibili e più vere pur trattandosi di finzione e le idee pù originali. La differenza tra le serie TV di quegli anni e quelle di nuova generazione sta proprio nella forma perchè la sostanza, nelle produzioni moderne, è ormai una qualità rara da trovare. L’idea alla base di X-Files è delle più scontate tanto che Chris Carter, ideatore del progetto e sceneggiatore, afferma di aver preso direttamente spunto dal telefilm Kolchak: The Night Stalker degli anni settanta. La trama è molto simile ma il protagonista è un giornalista invece di un poliziotto. Anche nel film Essi Vivono (1988 per la regia di John Carpenter) si parlava di alieni che governavano il mondo nascondendosi tra i piani alti della società. Nella serie The X-Files la sceneggiatura è come un grande calderone in cui si gettano tutte le mitologie da ogni parte del mondo e ci si costruiscono attorno gli episodi, niente di inventato ad arte insomma. Torniamo quindi alla forma e cominciamo ad elencare i pregi di questa longeva serie. Davanti a The X-Files non possiamo fare altro che rimanere stupiti da tanta professionalità, tutti i reparti sono altamente qualificati tanto che ogni fotogramma è sotto il controllo più totale della troupe e faticheremo a trovare un oggetto fuori posto perchè la scenografia è curatissima fin nei minimi dettagli. Il lavoro di fotografia è sbalorditivo, tutte le luci sono delicatamente sfumate e gli ambienti sia esterni che interni, così come gli attori, sono illuminati seguendo un perfetto criterio che ne risalta profondità e volumi. Durante le oltre 200 puntate vedremo i tecnici prodigarsi nell’allestire con ottimi risultati qualunque scenario possibile, come fosse un mero esercizio di stile. Da cupi interni di palazzi a vie intricate delle metropoli, da squallide fognature a casinò di lusso, da deserti messicani a montagne innevate canadesi, ogni tipo di scenografia è stato sfruttato e non si ha mai l’impressione di vedere due volte lo stesso episodio. Non da meno la professionalità di truccatori e costumisti al punto che gli attori sono sempre perfetti in ogni scena e con l’evolversi della trama e il passare degli anni cambiano esteticamente in maniera più che convincente, rivelando uno studio accurato e mirato alla caratterizzazione dei personaggi. Meritati elogi vanno anche agli artisti degli effetti speciali, tutti di ottima fattura e realizzati con tecniche miste di ogni sorta. La mancanza di originalità nella trama viene ampiamente colmata da una sceneggiatura di tutto rispetto capace di dosare con perfetto ritmo suspence, horror, fantascienza, romanticismo, azione e humor e di alternare episodi primari e secondari (dei 202 episodi che compongono la serie solo 61 sviluppano la trama principale dell’invasione aliena, gli altri sono storie autoconclusive) senza far scemare l’interesse dello spettatore. Molto intelligente è la scelta di accennare continuamente al rapporto di attrazione che nasce tra Scully e Mulder, mantenendo sempre alta la tensione sessuale tra i due che porterà lo spettatore a legarsi emotivamente ai personaggi per scoprire come andrà a finire la loro relazione apparentemente platonica. La serie doveva concludersi alla fine della quinta stagione ma il grande successo portò i dirigenti della 20th Century Fox a fare pressione affinchè venissero realizzati altri episodi. L’attore David Duchovny compare raramente negli episodi delle ultime due stagioni poichè decise di dedicarsi ad altri progetti e fu sostituito da Robert Patrick (Terminator 2) nella parte di John Doggett. Nel telefilm, per far coincidere la finzione con la realtà, si decise di affidare a quest’ultimo la direzione degli X-Files con l’incarico speciale di ritrovare l’agente Mulder nel frattempo misteriosamente scomparso. L’ottima interpretazione di Robert Patrick porta nuovo vigore alla serie e riesce a donare quell’alone di virilità che mancava al personaggio di Mulder, dando così agli sceneggiatori la possibilità di focalizzarsi maggiormente sulle scene di azione. Possiamo dire dunque che The X-Files è una produzione che eleva la soglia di competenze molto al di sopra del livello medio delle produzioni degli anni precedenti e dona agli spettatori piacevolissime emozioni.

Fin qui abbiamo tessuto tutte le lodi possibili a questa serie che coinvolge e diverte, ora proviamo a muovere qualche critica. Per quasi tutte le stagioni, nonostante l’andamento della sceneggiatura nelle singole puntate sia generalmente ben studiato, l’opening è sempre lo stesso: i due agenti scoprono un cadavere, Scully fornisce una spiegazione scientifica, Mulder la contraddice adducendo una spiegazione paranormale e infine lui ha sempre ragione. L’evidenziare il contrasto tra i due risulta il più delle volte una scelta azzeccata ma per 202 episodi diventa ripetitiva. Molto meno accettabile è l’ostinazione che Scully e Doggett hanno nel non voler credere a quello che vedono, una vera forzatura caratteriale dei personaggi. Entrambi assistono a manifestazioni di fantasmi, di alieni, vedono creature mostruose, addirittura muoiono e poi risorgono ma fino all’ultimo non accettano l’esistenza di una dimensione paranormale. Passando in esame gli attori, David Duchovny è la spina nel fianco di tutta la serie, la sua recitazione è piatta, monotona e veramente poco ispirata e questo non si addice a chi ha l’onore di interpretare il personaggio principale di una serie che durerà per ben nove anni. Fortunatamente dall’altra parte abbiamo un cast di tutto rispetto, ogni attore cerca di dare spessore e caratteristiche uniche al proprio personaggio e la serie può così vantare un vasto spettro di ottime interpretazioni. Gillian Anderson brilla, o per meglio dire risplende, di luce propria ed è bravissima nell’esprimere tutte le possibili emozioni che attraversano l’anima di Dana Scully, donandole un carattere femminile, guerriero, fragile, amorevole, simpatico, infantile e maturo allo stesso tempo. La sua recitazione è in pefetta sintonia con quanto richiede la sceneggiatura e questa sua capacità interpretativa la trasforma nel vero e unico personaggio portante di X-Files, eclissando tutti gli altri attori che comunque svolgono un ottimo lavoro. Arriviamo infine a criticare l’aspetto forse più importante: i messaggi intrinsechi nel telefilm. Siamo di fronte a una produzione mainstream americana perciò sappiamo già dove si andrà a parare: 1) I protagonisti americani sono sempre belli e il loro fisico è sempre in forma, pare che il tempo non possa nulla contro di loro e soprattutto vincono sempre; 2) I cattivi sono sempre di altre nazionalità; 3) Vi è il classico messaggio militaresco, ovvero spirito di squadra e forte unione contro un nemico comune, esaltato al punto da far sacrificare ad alcuni personaggi i propri figli nel tentativo di salvare gli Stati Uniti e l’umanità (Vietnam e Iraq ci ricordano qualcosa in merito a questo triste tema…); 4) Gli americani sono sempre buoni e incapaci di compiere azioni riprovevoli tranne quando sono posseduti da delle entità non americane che comandano i loro pensieri e le loro azioni. Se riusciamo a dare il giusto peso a queste tematiche siamo pronti a entrare nel mondo di X-Files e a goderci 202 episodi di grande intrattenimento e di ottima fattura.

Curiosità:

La serie The X-Files” si trova al secondo posto nella classifica dei “25 Migliori Telefilm di Sempre” redatta dalla famosa rivista TV Guide e il personaggio di Fox Mulder è al settimo posto nella classifica delle “25 Leggende della Fantascienza”.

David Duchovny apparve in alcuni episodi della serie Twin Peaks del 1990 diretta da David Lynch.

L’idea per la composizione della sigla di apertura “The X-Files Theme” venne al compositore Mark Snow quando premette accidentalmente un tasto sulla propria tastiera mentre era attivo un effetto sonoro detto “Echo”. Il suono gli piacque e decise di comporre il resto mantenendo la stessa atmosfera.

Vennero realizzati due videogames ispirati alla serie TV, uno per PC (The X-Files Game) e un altro per Playstation 2 (The X-Files: Resist or Serve).

L’episodio intitolato “Millennium” è stato prodotto per chiarire alcuni eventi conclusivi della trama principale di un altro telefilm omonimo (Millennium del 1996) creato dallo stesso Chris Carter ma poi terminato improvvisamente alla fine della terza stagione a causa dei bassi ascolti. L’attore principale era Lance Henriksen (Aliens – Scontro Finale).

Il lungometraggio “X-Files – Il Film” del 1998 si colloca tra la quinta e la sesta stagione della serie TV, mentre “X-Files – Voglio Crederci” del 2008 si colloca dopo la nona stagione.

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Gli Uomini Coccodrillo (1959)

by Cabal on feb.16, 2010, under 1959, Fantascienza, Monster Movie

Titolo Originale: The Alligator People (Letteralmente: Gli Uomini Alligatore)

Regia: Roy Del Ruth

Cast:  Beverly Garland, Lon Chaney Jr.

Genere: Fantascienza (Sottogenere: Monster Movie)

“Non me ne andrò finchè non avrò la risposta alla domanda che mi ha condotto fin qui. Che cosa avete fatto a mio marito?” -  Joyce Webster

Nelle paludi della Louisiana, rintanato nella villa della famiglia Webster, il Dott. Sinclair conduce esperimenti sugli alligatori con l’onorevole fine scientifico di estrarre le capacità rigeneranti dei rettili per curare uomini menomati. Presso la villa giunge inaspettatamente Joyce, moglie di Paul Webster, alla ricerca del marito scomparso da anni. Scoprirà con dolore che le cellule degli alligatori che avrebbero dovuto curare Paul da una terribile ustione hanno invece iniziato a trasformarlo in un essere spaventoso.

Gli Uomini Coccodrillo è un classico film americano appartenente al filone dei Monster Movies, un ramo del genere fantascientifico che incentra le proprie storie su esseri spaventosamente enormi o su mutazioni genetiche spesso causate da esperimenti condotti da scienziati pazzi. Il Dott. Sinclair è un “Mad Doctor” atipico perchè non è assolutamente pazzo, anzi è molto preparato e meticoloso nel suo lavoro e sa che il progresso non può esistere senza che si sacrifichino delle cavie per cui egli prova insieme pietà e rispetto. Gli uomini che lui cerca di curare sono consenzienti e si sottopongono agli esperimenti con ultravioletti, radiazioni e ghiandole animali perchè vogliono guarire. Inutile aspettarsi, quindi, un film con animali giganti che distruggono tutto o scienziati in preda alla follia che fanno strage di vittime, qui siamo emotivamente condotti attraverso il dramma di una donna che ama disperatamente il suo uomo fino ad affrontare un destino avverso pur di ritrovarlo, il destino che lui ha scelto di affidare nelle mani di Sinclair. Beverly Garland, che interpreta Joyce, è nel pieno del suo splendore, bellissima e vigorosa. I suoi lineamenti decisi e al contempo femminili rispecchiano alla perfezione il carattere determinato e la fragilità d’animo del suo personaggio. Per anni ella cerca il marito scomparso con una grinta che solo un amore profondo può sostenere e quando lo ritrova, anche se sfigurato, continua ad amarlo e ad aiutarlo. Altrettanto perfetto è Lon Chaney Jr. nella parte di Manon, un ubriaco della zona che odia i coccodrilli poichè in passato gli mangiarono una mano. Rude e pieno d’odio, Manon è un personaggio non essenziale ma che dà colore alla vicenda, contribuendo a “sporcare” un dramma che nel finale trova il suo culmine emotivo. Il film ci regala un momento di erotismo vagamente accennato nella scena in cui Joyce rincorre il marito sotto la pioggia e finisce per perdersi, aiutata poi da Manon che la porta nella sua baracca con intenti non proprio galanti. La scenografia è di mestiere. Dalla villa grandissima al laboratorio, per l’epoca molto tecnologico, tutto è essenziale ma curato. Ottimo il lavoro di fotografia di Karl Struss, che lavorò precedentemente ne L’Esperimento del Dottor KDue Notti con Cleopatra, Kronos e altri grandi films. Guardando Gli Uomini Coccodrillo passeremo 74 minuti di emozioni che gli amanti della fantascienza anni ‘50 godranno appieno.

Curiosità:

Il film fu realizzato perchè la 20th Century Fox necessitava di una pellicola da proiettare in Double Feature con La Vendetta del Dottor K. Era usanza nei cinema americani di quegli anni attirare gli spettatori proiettando nelle sale due film, uno dopo l’altro, al costo di un solo biglietto.

Nei titoli di testa Lon Chaney Jr. è accreditato con il solo nome di Lon Chaney, suo padre, creando confusione fra i due ma non si sa se volutamente.

Il reparto trucchi e make-up fu affidato a Dick Smith, ad oggi una leggenda nel campo degli effetti cinematografici dopo il successo di film come L’Esorcista e Il Padrino nei quali lavorò.

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Martyrs (2008)

by Cabal on feb.12, 2010, under 2008, Horror

Titolo Originale: Martyrs (Letteralmente: Martiri)

Regia: Pascal Laugier

Cast: Moriana Alaoui, Milène Jampanoi, Isabelle Chasse

Genere: Horror (Sottogenere: Torture Porn)

“E’ facile creare una vittima. Il mondo come lo conosciamo è pieno di vittime. I martiri sono eccezionalmente rari.”- Mademoiselle

Anna e Lucie sono due ragazze che hanno subìto un trauma da bambine. Lucie è in cerca di vendetta nei confronti di coloro che l’hanno rapita e hanno usato violenza su di lei, Anna la comprende perchè anche lei ha vissuto una storia di abusi sessuali. Giunte nei pressi di una casa isolata, Lucie entra furiosa e uccide la famiglia che vi abita e che lei ritiene responsabile di quanto le è accaduto, ma questo non serve a cancellare dalla sua mente le visioni di una donna mostruosa che la perseguita. In quella casa Anna scova un passaggio che porta a uno scantinato, utilizzato dall’organizzazione di rapitori per nascondere giovani donne e fare esperimenti su di loro. Fuggire non sarà facile…

Ho aperto questo blog perchè sono un appassionato di cinema ed un collezionista di film. Di pellicole ne ho viste circa 6000 di cui 3000 fanno parte della mia collezione, ma pochi, davvero pochi mi hanno disturbato come Martyrs. All’inizio la storia di Lucie e delle sue visioni è l’elemento portante della trama, la donna-mostro è sicuramente appartenente a un mondo illusorio da cui Lucie, però, resta sempre ferita realmente. Ci viene il dubbio, per non dire la speranza, che Laugier abbia intrapreso la via di un film gore-spettrale come pretesto per approfondire psicologicamente il personaggio, soffriamo con lei e anche noi vorremmo aiutarla ma il demone è nella sua testa e solo lei può sconfiggerlo. Abusi e violenze passate che un minore non dimentica e che segnano la sua mente e il suo cuore per il resto della sua vita, immergendolo in un dolore mille volte più grande di lui. Pregevole intento, quello del regista, di rappresentare visivamente i demoni della mente attraverso il tema estremamente delicato dell’autolesionismo (problema reale di molti giovani con una vita difficile) ma proprio quando vogliamo analizzarlo sotto questo aspetto il film prende una svolta e l’attenzione si rivolge ad Anna. Restiamo confusi, decisamente delusi, ma non possiamo smettere di guardare. Intrappolata nel covo dei rapitori è costretta a sopportare tutto quello che fecero a Lucie. Giunti alla fine ci pentiremo di non aver chiuso gli occhi, perchè il destino di Anna è ancora peggiore di quello dell’amica. Per tutto il film la palette di colori è gelida, avvertiamo sempre una sensazione di freddo. Il freddo della morte che lentamente penetra in Anna riesce a varcare i confini dello schermo ed entrare in noi, ponendo il seme di una pena che crescerà fino a nausearci. Già da bambine Anna e Lucie erano schiave e ancora lo sono da grandi, schiave dell’odio e del tormento. Nessuna delle due può combattere contro un sistema studiato per non lasciare scampo, neppure per chi riesce a fuggire da esso. Soffrire e ancora soffrire, fino a morire o accettare la sofferenza come stato immutabile della vita. E dopo? Cosa ci aspetta dopo, felicità o oblìo? Viene quasi da chiedersi se il fine ultimo di Laugier non fosse stato quello di fare delle due ragazze dei simboli dell’uomo moderno, circondato da milioni di mondi e realtà che in egual modo lo rendono schiavo, tema trattato in molte pellicole a partire da Metropolis fino a Fight Club. Alcune cadute di stile ci sono: la violenza sembra studiata con l’intento di disturbare a tutti i costi lo spettatore e le vittime sono sempre delle belle e giovani donne, ormai simbolo stereotipato, soprattutto nel genere horror, della creatura indifesa e vulnerabile. Non si capisce poi perchè Lucie, dopo essere riuscita a fuggire, invece di far arrestare i torturatori dalla polizia decide di ucciderli con le sue mani diversi anni dopo e per di più aiutata solo da un’amica. Il finale è scontato perchè la pretesa di partenza è troppo grande: sapere cosa c’è dopo la morte. Sarebbe stato più saggio incentrare il tema sulla difficoltà di vincere le proprie paure e tutto avrebbe avuto un risvolto più apprezzabile, lasciandoci meno un senso di amaro in bocca. In conclusione la prima metà del film promette davvero grandi cose, il resto subisce un grave calo di stile. Consigliato solo a stomaci forti perchè, tra gli alti e i bassi, di violenza se ne vede tanta.

Curiosità:

Nel precedente film di Pascal Laugier, Saint Ange, il personaggio principale è una ragazza di nome Anna Jurin. In Martyrs Anna è il nome di una delle due ragazze mentre l’altra si chiama Lucie Jurin.

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