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Storico

La Vendetta di Spartacus (1964)

by Cabal on mag.13, 2010, under 1964, Storico

Regia: Michele Lupo

Cast: Gordon Mitchell, Roger Browne, Scilla Gabel

Genere: Storico, Drammatico (Sottogenere: Peplum)

“Perchè nasciamo tutti uguali… E nessuno deve essere più schiavo! Nessuno!” – Cinzia

Gli ultimi seguaci di Spartaco, lo schiavo che si ribellò ai Romani, si recano sul luogo in cui è stato crocefisso per liberarlo e portarlo in salvo. La voce che Spartaco è ancora vivo si sparge rapidamente fra i gruppi della resistenza e rianima gli animi di tutti i guerriglieri. Nel frattempo il soldato romano Valerio scopre che la sua famiglia è stata uccisa proprio dai Romani nel tentativo di scoprire dove fosse suo fratello Marcello, considerato un traditore perchè amico di Spartaco. L’animo di Valerio si riempie di rabbia e dedice così di unirsi ai ribelli per combattere contro la tirannia dei Romani, ma la sua vita è in pericolo perchè anche tra i suoi nuovi compagni ci sono dei traditori.

La Vendetta di Spartacus fa parte di una trilogia, assieme a Gli Schiavi Più Forti del Mondo e Sette Contro Tutti, di film peplum girati da Michele Lupo famosi per la loro atmosfera cupa. Raramente nei film di questo genere si toccano le corde della drammaticità perchè quando arriva l’eroe muscoloso di turno solitamente i cattivi vengono puniti e i buoni liberati, tutto in un susseguirsi di azione e botte che è assai accattivamente come intrattenimento ma piuttosto scarno in quanto a contenuti. Ne La Vendetta di Spartacus, invece, è stato fatto un ottimo lavoro già a livello di sceneggiatura. Lionello De Felice ed Ernesto Guida riescono ad intrecciare una storia che fa leva sul sentimento di libertà e giustizia che alberga in ognuno di noi, ponendo alla base di essa dialoghi di un certo spessore che culminano in sfoghi davvero drammatici. Sono proprio gli scambi di battute tra i protagonisti che segnano i momenti di tensione del film, spesso in maniera più convincente di quanto non sappiano fare le stesse scene d’azione. Alla figura di Cinzia (Scilla Gabel) è affidato il ruolo di rappresentare, con tutta la sua bellezza e la sua fragilità, la rabbia generata dall’impotenza di reagire ai tiranni unita alla speranza di potersi liberare un giorno dalle catene della schiavitù. Il suo personaggio si completa nella figura di Valerio, il lato forte e combattivo che a lei manca. Con grande saggezza il regista non si sofferma troppo sul loro rapporto per non sconfinare in atmosfere troppo romantiche, al contrario lo esplora pian piano alternandolo alle battaglie che Valerio e i suoi compagni devono affrontare. Questa scelta ci permette di percepire quanto Cinzia sia una donna capace di generare amore e forza nello spirito non solo di Valerio, ma di tutti i ribelli. La trama procede con un buon ritmo e dosa bene azione e dramma, portandoci infine ad assaporare il significato intrinseco di questi mitologici eventi: gli ideali di libertà, giustizia e uguaglianza non devono mai morire e per farlo devono rivivere in eterno nei simboli. Spartaco è un uomo ma è anche simbolo di forza e speranza e proprio per questo gli uomini lo seguono e lottano per lui. A mettere in scena quest’opera ci pensano un pugno di attori di buon livello se paragonati ad altri che hanno lavorato nello stesso genere di film. Il volto di Gordon Mitchell è inciso nella pietra, non per niente sarà di lì a poco il protagonista di molti film western nei quali attori caratteristi come lui sono indispensabili. Roger Browne si cala con serietà nella parte di Valerio e aiuta a dare la giusta spinta drammatica al film distinguendosi in maniera molto positiva. Oltre che alla buona recitazione assisitamo anche ad una buona preparazione atletica degli attori che si lanciano in scene di lotta con una determinazione molto più brutale ed accentuata rispetto alla media dei peplum, sembrando quasi sul set di un film dei giorni nostri in quanto a dose di violenza. Infine è da sottolineare l’ottima prova dietro alla macchina da presa di Michele Lupo, che azzarda inquadrature addirittura troppo moderne per la sua epoca (bellissima l’inquadratura della telecamera che segue Valerio mentre questi corre verso la sua casa temendo per la vita dei suoi cari) e grazie alle quali possiamo provare ben più di una emozione. Si fosse fatto qualcosa di più sul lavoro dei costumi, un pò troppo semplici, il film avrebbe guadagnato ancora maggiore rilievo. Per chi ama i cosiddetti “Sword and Sandal movies” (letteralmente: “I film Spada e Sandali“), come li chiamano in America, La Vendetta di Spartacus è assolutamente da non perdere. Per gli altri il consiglio è di provare a vederlo perchè è un’ottimo film dall’ambientazione storica che tenta di prendersi sul serio.

Curiosità:

Esiste un’edizione CD della colonna sonora originale composta da Francesco De Masi in split con la colonna sonora de I Gladiatori Più Forti del Mondo.

Alcune scene del film sono state girate nei pressi di Tor Caldara, nel Lazio.

La scena in cui Massimo Decimo Merivio scopre moglie e figlio trucidati nel film Il Gladiatore ricorda la scena in cui Valerio corre verso casa nel tentativo di salvare i suoi familiari.

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Amleto (1990)

by Cabal on mag.01, 2010, under 1990, Drammatico, Storico

Titolo Originale: Hamlet

Regia: Franco Zeffirelli

Cast: Mel Gibson, Glenn Close, Helena Bonham Carter

Genere: Drammatico, Storico

“Essere o non essere, tutto qui. E’ più nobile per l’anima sopportare impavidi i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all’oceano dell’infelicità rifiutarsi e dire di no? Prendere un’arma e finirla. Morire…Dormire…Niente altro.” – Amleto

Nel castello di Elsinore si celebra il funerale del Re di Danimarca. Amleto, figlio del Re, assiste pieno di dolore assieme alla madre Gertrude. In seguito lo spettro del padre defunto si metterà in contatto col figlio prediletto per svelargli di essere stato ucciso a tradimento dal fratello Claudio che, così facendo, ha potuto diventare erede al trono e sposare Gertrude. La vendetta si farà inesorabilmente strada nell’animo di Amleto che è intenzionato a uccidere lo zio, ma nel continuo tramare e soffrire molte altre morti avranno luogo.

L’Amleto di Franco Zeffirelli ha il difficile compito di uscire a testa alta dal paragone che per forza di cose i cinefili sono soliti fare con l’opera omonima del 1948, in cui il ruolo principale era affidato al bravissimo Laurence Olivier. In verità bisogna ammettere che Zeffirelli ha preso una strada differente dalla pellicola precedente, mettendo in scena una prova teatrale con attori capaci di rendere più moderna e scorrevole la famosa tragedia, nonostante questa sia ambientata nel medioevo. La sceneggiatura si prende la libertà di interpretare l’opera di Shakespeare per darle quel respiro cinematografico altrimenti assente, anticipando e postponendo le scene teatrali in ordine differente rispetto al testo originale e tagliando gran parte delle numerose battute che sarebbero risultate troppo lunghe per i tempi medi di un lungometraggio moderno. Kenneth Branagh si spinse oltre questo limite nel 1996, girando un adattamento completamente fedele al testo originale ma della durata di 242 minuti, difficilmente masticabile dallo spettatore medio. Zeffirelli punta tutto sull’interpretazione visiva giocando con forti contrapposizioni di interni ed esterni, per sottolineare quanto tra le mura del castello in cui si consuma la tragedia si respiri un’aria cimiteriale, mentre al di fuori di esso la luce doni speranza e le persone riescano persino a sorridere. E’ evidenziata anche una metaforica “verticalità” delle scene: dall’alto della torre Amleto scopre la verità nell’incontro col fantasma del padre e lo stesso fa mentre si aggira furtivo sui ponti rialzati, ascoltando le male parole che vengono pronunciate dai castellani sotto di lui. Quando scende al livello degli altri personaggi ecco che tutto è male, invidia, tradimento e bugia. In alto, dove stanno gli angeli, vi è la salvezza quasi paradisiaca mentre in basso, dove vive l’uomo, si sprofonda nei più abietti e immorali inferi. Il lavoro del regista su questo approccio visivo è molto piacevole e aiuta a non rimanere oppressi dalla claustrofobica scenografia del solo castello che avrebbe altrimenti appiattito molto il film. Lo stravolgimento dalla continuità degli eventi rispetto all’opera originale ci dà un certo senso di smarrimento, fortunatamente non troppo invasivo. Il cast fornisce uno spettro di interpretazioni ampio e valido, con una piacevole sorpresa per la recitazione di Mel Gibson, al tempo conosciuto solo per i suoi film d’azione. Qui Gibson pone le basi per quella che sarà la sua interpretazione più famosa, il William Wallace di Braveheart, caricando le espressioni nella maniera più drammatica per dare spessore alle scene dei cupi e tormentati soliloqui del protagonista. L’energia che il suo Amleto sprigiona è notevole ed è un continuo lottare tra il volerla liberare, portando a termine la sua vendetta, e il tentare di trattenerla per dare ascolto alla ragione. Possiamo dire che il vero Amleto shakespeariano era combattuto proprio da queste emozioni e quindi Mel Gibson si avvicina al personaggio con un approccio molto professionale. Non si può dire meno degli altri attori, tutti impegnati a dare corpo alle rispettive recitazioni, con una nota di merito su tutti per la brava Helena Bonham Carter. La sua Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre e per il rifiuto amoroso di Amleto, è davvero memorabile. Non possiamo fare tutte le analisi filosofiche, storiche, letterarie e quant’altro di un’opera teatrale così famosa nel solo spazio di una recensione, però possiamo notare che, nonostante la versione di Zeffirelli sia modificata a dovere, molti dei contenuti sono presenti. Può risultare quindi interessante, anche sotto un profilo di studio, analizzare a fondo questa pellicola. La scena finale si ricollega con quella iniziale, inquadrando il corpo ormai privo di vita di Amleto come quello del padre prima di lui e chiudendo il ciclo della sua tormentata vita. Visione altamente consigliata.

Curiosità:

Nel film manca il personaggio di Fortebraccio, che nell’opera teatrale aveva un ruolo importante soprattutto nella parte conclusiva in quanto diventava il nuovo erede al trono dopo la morte di Amleto.

Si pensa che Shakespeare si sia ispirato alla leggenda di Amleth, raccontata dallo storico Saxo Grammaticus nella sua opera “Gesta Danorum”. In effetti gli eventi sono molto simili così come i nomi dei personaggi coinvolti.

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The Libertine (2004)

by Cabal on mar.25, 2010, under 2004, Drammatico, Storico

Titolo Originale: The Libertine (Letteralmente: Il Libertino)

Regia: Laurence Dunmore

Cast: Johnny Depp, John Malkovich, Samanta Morton

Genere: Drammatico – Storico

“Traete le conclusioni alla distanza a cui vi terreste se stessi per mettere la lingua sotto le vostre sottane.” – John Wilmot

Al conte di Rochester, John Wilmot, viene dato il compito di stilare una sceneggiatura per un’opera teatrale a cui avrebbe di lì a poco assistito il re di Francia. Invece di elogiare l’ Inghilterra, Wilmot la dipinge come una sorta di girone infernale colmo di anime votate a piaceri fisici e a depravazioni di ogni genere, atteggiamenti tipici del pensiero libertino in voga ai tempi. La rappresentazione scatena l’indignazione del re Carlo II che difficilmente perdonerà l’oltraggio subìto. Lavorando nel teatro il conte conosce una giovane e promettente attrice, Lizy Berry e decide di aiutarla a crescere professionalmente poichè vede in lei grandi doti e inoltre ne è segretamente innamorato. Dopo diversi anni, quando scopre di essere malato di sifilide e ricercato dal re, Wilmot è costretto a fuggire. Viene ritrovato dopo alcuni mesi e portato al cospetto di Carlo II che dovrà prendere una decisione in merito alla sua sorte.

Questo film rappresenta davvero qualcosa di particolare poichè è l’opera prima e unica di Laurence Dunmore e dello sceneggiatore Stephen Jeffreys a cui vanno riconosciuti diversi meriti. Innanzitutto lo script è vivace e articolato e a tratti sconfina nella commedia pur essendo un dramma di un certo spessore politico. Veniamo accompagnati nel viaggio attraverso la vita di John Wilmot con garbo per essere poi travolti assieme a lui dal tormento di un destino avverso che egli stesso si è creato. Il vero dramma del conte non risiede nel suo atteggiamento libertino, che egli stesso finisce per odiare, ma nel terrore di una vita piatta e monotona. Il suo desiderio di sentirsi vivo lo porta ad ammettere con sè stesso che l’unico motivo di gioia per lui è il teatro, l’unico luogo in cui le emozioni devono fluire al massimo della loro energia per incantare il pubblico. La donna di cui si innamorerà sarà infatti una promettente attrice che diverrà per lui una sorta di oasi spirituale in mezzo all’arido deserto di un’ Inghilterra avvolta ormai nel peccato. Wilmot non teme di esprimere i propri pensieri con coraggio, ma come in ogni realtà ormai corrotta troverà solo persone che non vogliono ascoltare e che finiranno per condannarlo pur di non ammettere le sue scomode verità. Nonostante egli stesso sia il maggior esponente del libertinismo, dentro di sè cova odio per le istituzioni che hanno permesso un tale scempio spirituale. E’ come se volesse dirci che lo Stato, non importa se monarchico o democratico o altro, ha comunque il sacro dovere di prendersi cura del suo popolo e trattarlo come fossero tutti suoi figli, istruendolo e facendolo crescere sia spiritualmente sia culturalmente, altrimenti l’ inferno spalancherà le sue porte e ci trasformerà in demoni. La malattia che affligge il conte è infatti la metafora di un demone interiore che cresce e tramuta il corpo in qualcosa di quasi satanico a vedersi, ma che in realtà è solo l’esteriorizzazione di una drammatica mutazione interiore, di un pozzo senza fine che ha trascinato l’anima di Wilmot nell’oblio. Come molte anime perse e in preda alla disperazione, anche lui cercherà l’ultimo rifugio nella conversione religiosa, non tanto per salvarsi dalla dannazione che egli non teme quanto per un desiderio di espiazione che lo invade troppo tardi, generato dal pentimento di non aver dato valore a nulla nella sua vita. Il regista sceglie di “anticare” la pellicola girando gran parte delle scene con le sole luci delle candele che si usavano al tempo e l’effetto è veramente caldo e avvolgente. Gli attori non sono al meglio della loro forma ma sanno comunque regalarci un’interpretazione sufficiente a reggere il peso del tema trattato. Da sottolineare la performance non facile di Samantha Morton, che ha dovuto interpretare un’attrice nell’attrice. Consigliato a chi ama il genere storico, ma anche solo a chi vuole apprezzare un film drammatico sopra la media.

Curiosità:

Il film si basa sulla sceneggiaura di Stephen Jeffreys che era già stata portata a teatro in una rappresentazione in cui John Wilmot era interpretato da John Malkovich.

La scena in cui Johnny Depp e Rupert Friend si baciano è stata eliminata.

Nella realtà il vero conte John Wilmot non fu esiliato dal re a causa della sua rappresentazione teatrale oltraggiosa intitolata “A Satyr on Charles II“, bensì si autoesiliò.

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