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Horror

Le Vergini Cavalcano la Morte (1973)

by Cabal on apr.25, 2010, under 1973, Gotico, Horror

Titolo Originale: Ceremonia Sangrienta (Letteralmente: Cerimonia Sanguinosa)

Regia: Jorge Grau

Cast: Espartaco Santoni, Lucia Bosè

Genere: Horror (Sottogenere: Gotico)

“In fondo l’ha scritto anche Voltaire. Coloro che succhiano il sangue umano non sono precisamente i morti ma sono i vivi. Gli speculatori, gli usurai e gli altri veri vampiri, che non abitano nei cimiteri ma in palazzi comodi e lussuosi.” – Dottor Silas

Il marchese Karl Ziemmer vive nella sua lussuosa dimora con la moglie Erzebeth, diretta discendente della famigerata famiglia Bathory. Il rapporto tra i due non è idilliaco in quanto Karl rivolge tutte le sue attenzioni allo studio delle superstizioni popolari, in particolare delle leggende sui vampiri, e sua moglie cade spesso in depressione a causa dell’indifferenza che egli mostra verso di lei. Sotto consiglio della sua governante e fattucchiera Erzebeth ripercorre la via che rese tristemente famosa la sua antenata, iniziando ad uccidere giovani fanciulle vergini per fare il bagno nel loro sangue con la speranza di ringiovanire e riconquistare la bellezza di un tempo.

Jorge Grau firma sia la regia che la sceneggiatura di questo film e scrive di suo pugno una storia dalle sfumature tetre e dall’atmosfera cupa, accompagnandoci nei meandri dell’horror-gotico con successo. L’originalità del tema purtroppo viene meno, in quanto le vicende della famosa Contessa Bathory erano già state portate sullo schermo da Peter Sasdy nel film Countess Dracula – La Morte va a Braccetto con le Vergini del 1971. Questo non toglie che Grau riesca a mettere insieme il suo film con stile, intrecciando la figura della marchesa Erzebeth, maniaca omicida, con quella del marito Karl ossessionato dal vampirismo. I due elementi si fondono e percorrono una strada comune, rinforzandosi l’un l’altro e permettendo al film di avere un’ossatura di un certo spessore, sufficiente e tenere alta l’attenzione degli appassionati di genere. L’ambientazione, datata 1807, è ricreata con attenzione e sorprendono soprattutto i lavori sui costumi, per la prima volta realizzati senza voler per forza stupire lo spettatore ma con un occhio più rivolto al realismo. Abiti senza troppi orpelli per i nobili e stracci cuciti alla buona per i popolani permettono di uscire dal classico lavoro delle produzioni mainstream, in cui i costumi sono talmente curati in ogni dettaglio che finiscono per essere “finti e perbenisti” anche se realizzati da grandi maestri con doti indiscutibili. La sceneggiatura non è ottima, alcuni dialoghi sono emotivamente spenti e poco originali, ma c’è un mix intrigante di elementi gotici e horror che riesce a intrattenerci con interesse fino alla fine. Scene di nudi femminili, vampiri, sangue e riti popolari legati alle superstioni si susseguono, facendoci concentrare sull’atmosfera perversa e morbosa che domina il film più che sulle lacune dello script. Assistiamo alla rappresentazione di una leggenda popolare realmente esistita, secondo cui era possibile rintracciare la tomba di un vampiro grazie all’aiuto di un cavallo bianco cavalcato da un ragazzo o da una ragazza vergini. Solo in altri due film ritroviamo una scena simile, Dracula del 1979 e Subspecies del 1991. Un’altra leggenda è riproposta con cura: nella scena iniziale, dopo aver scovato la tomba del vampiro, una ragazza chiede di poter prelevare qualche goccia di sangue dal cadavere. In seguito la ragazza preparerà del pane impastando la farina col sangue di vampiro. Questa era un’usanza antica di alcune zone della Polonia secondo la quale si credeva che mangiare del pane fatto col sangue di vampiro rendesse invulnerabili a queste creature. E ancora: assistiamo al processo in cui i giudici chiedono alla moglie del defunto vampiro di identificarne il cadavere ed ella lo identifica come il signor Plogojowitz. Il riferimento è reale e richiama un caso di vampirismo del 1725 in cui si processò tale Peter Plogojowitz, un contadino accusato di aver ucciso nove compaesani. Vi sono poi altri riferimenti al mito del vampiro: il magistrato che arriva in città si presenta col nome di Helsing, dal nome del famoso rivale di Dracula, il professor Abraham Van Helsing e la fattucchiera che dona a Marina la pozione d’amore si chiama Carmilla, come la vampira del famoso racconto del 1872 di Sheridan Le Fanu. Le Vergini Cavalcano la Morte è la prima incursione del regista nell’horror e possiamo affermare che è stata fatta con una certa passione e un certo approfondimento. Lo stesso possiamo dire per gli attori che recitano con impegno e serietà, donando al film la possibilità di essere “preso sul serio” anche da chi non è avvezzo alle produzioni di serie B. Da notare il lavoro svolto sul personaggio della marchesa Erzebeth, magistralmente interpretata da Lucia Bosè: nel film non la si vede mai invecchiare ma nemmeno la si vede ringiovanire eppure nella scena finale ella si guarda allo specchio e l’immagine riflessa è quella di una donna anziana e prossima alla morte. Questo ci fa capire che la donna è in realtà pazza e l’idea di poter ringiovanire col sangue delle vergini è solo una folle speranza creata dalla sua mente per sfuggire all’orrore della morte. C’è anche una sottile critica al mondo della nobile borghesia, visto come il vero regno in cui abitano i vampiri ovvero tutti quegli uomini che si permettono lussi e ricchezze sulle spalle del popolo, non succhiandone realmente il sangue ma nei fatti privandolo di un’esistenza felice e dignitosa. Purtroppo Jorge Grau realizzerà solo un altro film del brivido, conosciuto da noi col titolo Non si Deve Profanare il Sonno dei Morti ed è un vero peccato per gli amanti del genere perchè le premesse gettate da questo regista, sia a livello di stile che di contenuti, erano veramente accattivanti.

Curiosità:

Per chi fosse interessato, ecco il link ad un articolo di Wikipedia in cui si narra del caso Plogojowitz:   http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Plogojowitz

Jorge Grau fu assistente alla regia di Sergio Leone ne Il Colosso di Rodi.

Assistiamo a due scene molto crude: in una i falchi del marchese Karl strappano le piume ad un altro uccello e nell’altra due bambini lanciano sassi contro un pipistrello inchiodato ad un albero. Le due scene sembrano reali e non realizzate con effetti speciali.

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La Stirpe dei Vampiri (1957)

by Cabal on apr.13, 2010, under 1957, Gotico, Horror

Titolo Originale: El Vampiro (Letteralmente: Il Vampiro)

Regia: Fernando Méndez

Cast: Germán Robles, Abel Salazar, Ariadna Welter

Genere: Horror, Gotico

“Marta sarà dei nostri la seconda volta che il suo sangue entrerà nel mio copo. Poi così rimarrà, nei secoli dei secoli.” – Conte Karol De Lavud

La giovane Marta si mette in viaggio verso la fattoria che una sua zia le ha lasciato in eredità. Scesa dal treno fa la conoscenza del Dottor Enrique che decide di accompagnarla. Pochi giorni dopo il loro arrivo accadono strani eventi che sembrano legati alla tenebrosa figura del Conte Karol De Lavud. Il terrore si impossesserà di Marta quando comincerà ad udire delle grida spettrali provenire dai sotterranei della fattoria e molti abitanti della zona inizieranno a sparire misteriosamente.

La Stirpe dei Vampiri è una piccola perla semisconosciuta che in Italia e in gran parte del mondo passò quasi inosservata. La pellicola richiama a gran voce le atmosfere dei film horror del periodo d’oro della Universal, rivaleggiando con il famoso Dracula di Tod Browning. Méndez lavora con un budget decisamente limitato eppure riesce nel suo intento, sfruttando scenografie tipiche delle produzioni messicane e catapultandole in un clima tetro e cimiteriale. La fattoria in cui si svolgono gli eventi finisce per sembrare un castello da quanto l’ingegnosità del regista riesce a cogliere le sfumature più cupe di ogni inquadratura, nascondendo la telecamera in anfratti oscuri e giocando con lente carrellate lungo corridoi coperti di ragnatele e illuminati da forti contrasti di luci e ombre. Lo svolgersi degli eventi ricorda molto il lavoro di Browning, le vicende iniziano in un piccolo paese fuori dal luogo in cui si trova il vampiro per poi spostarsi nei meandri della sua dimora e dare il via ad un crescendo di terrore e drammaticità. La sceneggiatura cerca di evidenziare la lotta di ideologie tra un mondo in cui avanza inesorabile il progresso scientifico e un mondo ancora attaccato alle proprie secolari superstizioni. Il film si avvale della recitazione di un cast di buon livello. Veniamo a contatto con alcuni personaggi secondari che danno colore alla storia, da ricordare tra questi la spettrale figura della zia María Teresa, interpretata da Alicia Montoya, che riesce a donare alla pellicola le stesse cupe vibrazioni che possiamo percepire guardando capolavori gotici come Danza Macabra di Antonio Margheriti. Germán Robles avrebbe potuto lavorare più approfonditamente sul suo personaggio recitando con un pò più di serietà e malvagità, ma fortunatamente i suoi lineamenti sono molto marcati e infondono un aspetto affascinante e cadaverico al suo vampiro, dando vita ad una figura differente da quanto visto fino a quel momento. Da non dimenticare la splendida e tenebrosa colonna sonora che non ci abbandona mai per un momento, con violoncelli e strumenti ad arco che suonano spartiti da brivido. Possiamo evidenziare che la sceneggiatura de La Stirpe dei Vampiri, pur essendo piacevole, è dominata da una certa lentezza nello svolgersi degli eventi e la regia è costretta a compensare questi vuoti stiracchiando un pò troppo alcune scene e rallentando il ritmo generale. Questo è l’unico punto debole del film ma non sufficiente ad intaccarne l’incontestabile validità, accentuata anche dal pregio di essere il primo film al mondo a proporre la figura del vampiro con i famosi “canini”. Nosferatu di Murnau aveva gli incisivi aguzzi, mentre il Dracula di Browning non mostra mai i denti nell’atto di mordere le sue prede. Dal film di Méndez pare abbiano preso spunto i registi inglesi della Hammer che riproposero i loro vampiri coi canini appuntiti. Decisamente da vedere per coloro che amano le indimenticabili atmosfere degli horror vecchio stile.

Curiosità:

Vi è una scena veramente cruda per l’epoca, in cui il Conte Lavud insegue un ragazzo molto giovane e lo azzanna mortalmente al collo.

E’ il primo film in cui si vedono i famosi “canini aguzzi” del vampiro.

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Beyond Re-Animator (2003)

by Cabal on feb.25, 2010, under 2003, Horror, Splatter

Titolo Originale: Beyond Re-Animator (Letteralmente: Oltre Rianimatore)

Regia: Brian Yuzna

Cast: Jeffrey Combs, Elsa Pataky

Genere: Horror (Sottogenere: Splatter, Exploitation)

“Adesso ci serve…un laboratorio!” – Dr. Herbert West

Il giovane Howard Phillips assiste all’uccisione della sorella da parte di un morto vivente, rianimato dal Dr. Herbert West durante uno dei suoi esperimenti che lo condurrà infine all’arresto. Dopo tredici anni Howard diventa medico e riesce ad entrare nello staff ospedaliero del carcere in cui si trova West. Il suo intento è apprendere i segreti della rianimazione dei morti.

Brian Yuzna, per chi non lo conoscesse, ha avuto il merito di aver dato nuova linfa vitale al cinema degli anni ‘80 e nello specifico al cinema di genere “Splatter”, quello più intriso di sangue e cadaveri per interderci. I suoi film hanno sempre un’ispirazione geniale, qualcosa che li rende più vivi, crudi e spettacolari di altri. Dietro la macchina da presa l’abbiamo visto per la prima volta con Society – The Horror, in cui ha voluto rappresentare la devianza della società capitalistica che tutto travolge e ingoia senza morale o ritegno. Fu un ottimo film ma il suo indiscutibile capolavoro lo realizzò nel ruolo di produttore, affidando la regia al suo amico Stuart Gordon. Era il 1985 e nelle sale faceva la sua prima comparsa Re-Animator. Dato l’enorme successo fu realizzato un seguito, Re-Animator 2, e con Beyond Re-Animator siamo al terzo capitolo. Chi ha visto i primi due credo sia concorde con me nell’affermare che molto è andato perduto in quest’ultima opera. Yuzna conosce bene i ritmi a cui deve girare un film per essere accattivante, ma il meglio è già stato dato e qui siamo di fronte ad un esercizio di stile ben poco ispirato. E poco ispirato sembra anche il grande Jeffrey Combs, a mio avviso uno degli attori “caratteristi” migliori dall’epoca di Vincent Price e devo dire che è davvero un peccato, ricordo la sua interpretazione nevrotica e folle degli esordi e va a lui il merito di aver dato spessore al personaggio di Herbert West. Beyond Re-Animator si avvale di un cast meno azzeccato di quello dei precedenti film ma comunque di buon livello, tutti riescono ad essere sufficientemente teatrali e a calarsi nello spirito goliardico delle pellicole di Yuzna. Alcune scelte riguardanti gli attori sono state troppo influenzate, probabilmente, dal voler rincorrere le mode del mainstream. Elsa Pataky è un’attrice di grande splendore ma in un film splatter la bellezza rischia di non trovare lo spazio giusto per esprimersi. Fortunatamente ci regala una valida interpretazione personale sul finale, quando da affascinante giornalista si trasforma in spietata zombie. Meno incisivo Jason Barry, che non trova la giusta idea per far parlare di sè. Come avevo accennato Jeffrey Combs è poco ispirato, tenta di riprendere alcune movenze ed espressioni che diedero vita al suo personaggio ma lo fa quasi svogliatamente e perde tutto l’impatto che lo rese famoso agli esordi. La narrazione si sviluppa secondo schemi già conosciuti, spesso addrittura prevedibili. A ridare fiato alla pellicola entrano in gioco gli effetti speciali del maestro Screaming Mad George (lavorò in Nightmare 4, Re-Animator 2, Society) che pur non raggiungendo i livelli memorabili di sangue e budella sparsi nei primi due capitoli confeziona un ottimo lavoro combinato di make-up, robotica, e protesi in lattice. Assistiamo, quindi, con gioia al sempre ben acclamato ritorno agli SFX di un tempo che non facevano uso della computer grafica e riuscivano, proprio per questo, a dare una sensazione di tangibilità ai mostri e a quant’altro venisse creato. In buona sostanza Beyond Re-Animator ci ripropone gli ingredienti che andavano per la maggiore negli anni ottanta: sesso, sangue e un tocco di humor. La grafica pensata per i titoli di testa è memorabile e la musica quanto di più azzeccato si potesse comporre, in perfetta armonia con il carattere del pazzo Dr.West. Anche l’idea di estrarre l’energia vitale per farla riconfluire nel corpo dei morti è valida e se Yuzna avesse incentrato maggiormente l’attenzione su questa nuova invenzione avrebbe potuto instillare linfa vitale anche al suo film oltre che ai cadaveri. Peccato che per tutta la pellicola si percepisca un alone di modernità che rovina decisamente qualunque altro buon intento. Alla fine della visione proviamo una leggera sensazione di nostalgia per i tempi che furono, ma va bene così, serve a rendere onore al passato. Brian Yuzna ci riproverà con House of Re-Animator, il quarto capitolo della saga che è già stato annunciato. Staremo a vedere!

Curiosità:

La struttura dei titoli della saga ricorda molto quella dei film horror degli anni precedenti. Bride of Re-Animator, il secondo capitolo, è infatti simile a Bride of Frankenstein del 1935, così come House of Re-Animator somiglia ad House of Dracula del 1945.

Il personaggio di Herbert West è tratto da un racconto dello scrittore H. P. Lovecraft, pubblicato nel 1922 e intitolato “Herbert West – Reanimator”

Nel videogioco Splatterhouse, datato 1989, il giocatore deve esplorare la “West Mansion” uccidendo orde di mostri creati dal Dr.West.

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Drag Me to Hell (2009)

by Cabal on feb.18, 2010, under 2009, Horror

Titolo Originale: Drag Me to Hell (Letteralmente: Trascinami all’Inferno)

Regia: Sam Raimi

Cast: Alison Lohman, Lorna Raver

Genere: Horror

“Non possiamo tentare di comprendere il mondo con il solo intelletto” – Rham Jas

Christine Brown è dipendente in banca e si occupa di prestiti. Vorrebbe avere la promozione a vice-direttore ma deve dimostrare al suo capo che ha le capacità necessarie. L’occasione le si presenta quando entra nel suo studio un’anziana, di nome Sylvia Ganush, per chiedere una proroga al pagamento del mutuo affinchè la banca non si riprenda la sua casa. Christine rifiuta la proroga e la vecchia le lancia una maledizione. Entro tre giorni lo spirito del Capro Nero, detto Lamia, verrà a prenderla per trascinare la sua anima all’Inferno…

Veramente valida l’idea di partenza di questo film, sviluppata attorno alle cupe atmosfere di credenze gitane viste raramente in altri film. Bisogna precisare, però, che qui il demone chiamato Lamia ha le sembianze di un caprone demoniaco evocato da atti di stregoneria mentre nella mitologia Lamia è il nome della regina di Libia che si innamorò di Zeus e da cui ebbe dei figli. La moglie di Zeus si adirò per il tradimento e uccise i figli di Lamia, inducendo quest’ultima ad una terribile vendetta: invasa da una rabbia irrefrenabile iniziò a divorare i bambini delle altre madri e presto il suo corpo prese orribili fattezze metà donna e metà animale. L’ispirazione per Sam e Ivan Raimi durante la stesura dello script è forse più influenzata da una specifica credenza di alcune comunità zingare, secondo la quale se il morto non è debitamente onorato può tornare in vita sotto forme animali per reclamare vendetta. In effetti la vecchia Ganush, poco dopo l’incontro con Christine, muore. Che sia forse lei stessa il demone Lamia? Queste considerazioni personali sono di poco conto in quanto la sceneggiatura regge senza difficoltà tutto l’impianto del film destando sempre un certo livello di attenzione. La tensione è ben giostrata da Raimi, che si diverte a giocare con cliché del genere (il motore che non parte proprio quando bisogna fuggire in auto, la maniglia della porta  si muove lentamente quando il demone tenta di entrare e così via…) divertendoci col suo inconfondibile tocco personale. A mantenere alta la tensione ci pensa anche il fattore “conto alla rovescia”, tre giorni e non uno di più per scappare da un demone potentissimo ed estremamente determinato a compiere la sua missione. La scelta degli attori è ben studiata: Christine (Alison Lohman) ci appare come una docile creatura dal viso fanciullesco, capace di terribili nefandezze dietro questa candida facciata; il suo ragazzo Clayton (Justin Long) è altrettanto pulito nei lineamenti e sprigiona tutto il benessere che la sua elevata classe sociale porta con sè, marcando netto il contrasto con i “malvagi” zingari, che poi di malvagio non fanno proprio nulla se non essere maltrattati da una upper class di banchieri. Ma la vera star di questa pellicola è indubbiamente Lorna Raver nella parte di Sylvia Ganush. Una forza recitativa devastante soprattutto se relazionata all’età dell’attrice, quasi settantenne. In qualunque scena ella compaia eclissa totalmente gli altri attori, incarnando e insieme sprigionando la forza distruttrice della vendetta che incanala nella sua terribile maledizione. Questa sua interpretazione carica il film di terrore mentre attendiamo di vedere il Capro Nero rivelato. Tutto è confezionato con professionalità, anche gli effetti speciali del maestro Gregory Nicotero sono di ottimo livello, ma c’è qualcosa che non va… questo non è il Sam Raimi che conosciamo. E’ come se il regista non potesse o non volesse esprimersi appieno. Forse per paura di ricadere nel già visto, forse per le pressioni commerciali delle major, forse perchè maturando ha modificato il suo stile… chissà. Fatto sta che per chi ha visto i suoi capolavori La Casa, La Casa 2 e L’Armata delle Tenebre, rimane una sensazione di insoddisfazione al termine di questa sua opera nonostante vi siano ottimi presupposti. E’ invece un divertente intrattenimento se non si conosce il limite a cui può spingersi Raimi.

Curiosità:

Pare che durante un’intervista Sam Raimi avesse dichiarato di voler rendere omaggio al film La Notte del Demonio di Jacques Tourneur del 1957. In effetti la somiglianza con la trama di quest’ultimo film è notevole.

Sam Raimi appare in un cameo, è uno degli spiriti durante la scena di esorcismo.

L’automobile di Sylvia Ganush è una Oldsmobile Delta 88 del 1973. Appartiene realmente a Sam Raimi e fu usata anche nei precedenti film La Casa e La Casa 2.

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Gli Adoratori della Morte (1968)

by Cabal on feb.18, 2010, under 1968, Exploitation, Horror

Titolo Originale: La Muerte Viviente (Letteralmente: La Morte Vivente)

Regia: Jack Hill, Juan Ibanez

Cast: Boris Karloff, Yolanda Montes

Genere: Horror, Thriller (Sottogenere: Exploitation)

“Vede signor Van Molder, per me la legge è molto semplice: questo è giusto e quest’altro no.” - “Lei sarebbe estremamente sorpreso se sapesse quanti errori si commettono basandosi esclusivamente su questa formula.” - Capitano Labesch e Professor Van Molder

Il capitano Labesch giunge su una piccola isola ad Haiti coi suoi uomini per mettersi in contatto con le truppe già sul posto. Quando scopre che gli indigeni praticano rituali vudù decide di intervenire reprimendo nel sangue la magia nera. Il sacerdote Damballah e i suoi seguaci non esiteranno a reagire pur di riportare sulla terra il dominio del signore oscuro Baron Samedi.

Ho intrapreso la visione de Gli Adoratori della Morte incuriosito dalla presenza nel cast del celeberrimo Boris Karloff ma giunto alla fine sono rimasto interdetto. Non riuscendo a capacitarmi di come risultasse caotico e quasi completamente privo di sceneggiatura questo film, sono andato a documentarmi in merito e ho scoperto un restroscena davvero interessante che in parte ne spiega il motivo. Il produttore Enrique Luis Vergara voleva realizzare quattro film horror a basso budget puntando tutto su una star di grosso calibro come Karloff ma questi non poteva seguire la troupe perchè ormai molto malato e provato dalla vecchiaia. Per questo motivo la sceneggiatura del film subì più volte cambiamenti fino alla tragica morte dell’attore nel 1969 e in seguito dello stesso Vergara, che morì di attacco cardiaco. Juan Ibanez terminò il film ma il budget era ormai superato da tempo. Gli altri film della “quadrilogia” sono: Alien Terror, La Ballata della Morte e Settore Tortura. Con questo non voglio dire che lo scarso livello artistico generale del film sia giustificato, è e rimane un’opera di poco spessore, ma almeno godiamoci il grande Karloff in una delle sue ultime interpretazioni. Tornando dunque ad una analisi possiamo dire che chi riesce a vedere Gli Adoratori della Morte sino in  fondo o si è bevuto una grossa caraffa di caffè o è davvero un grande divoratore di B-Movies. Gli attori, eccetto Karloff ovviamente, sembrano reclutati senza alcun accorgimento e la recitazione è mortalmente piatta. Si procede nella visione con la lentezza di un elefante, appesantita dalle continue scene dei riti vudù che invece di dare freschezza alla trama o alla scenografia incatenano lo spettatore in interminabili danze e ritmi di tamburi che generano fastidio e sonnolenza. L’altra faccia della medaglia è che solo in queste scene possiamo godere delle sensuali movenze e dello sguardo ipnotico da pantera della bella Yolanda Montes, famosa e formosa ballerina messicana che interpreta Kalea. Le battute degli attori sono ridotte all’osso, la trama idem, la regia non aiuta a creare un senso di continuità anche a seguito di un montaggio che sembra casuale. Non voglio addentrarmi nel comparto scenografico perchè è praticamente assente con soltanto qualche scheletro buttato qua e là, un tavolo e due sedie, così come manca una corretta illuminazione degli ambienti. Tutto è buio e gli occhi faticano a distinguere le silhouette ma noi divoratori di B-Movies ecco che improvvisamente cogliamo qualche aspetto positivo per risollevarci. Nel film si respira ampiamente l’atmosfera exploitation, lontana anni luce da qualunque produzione mainstream, affiancata da una forte componente di derivazione blaxploitation, genere in cui il regista Jack Hill ha già messo le mani. Si inquadrano morbosamente i corpi femminili delle donne di colore che appartengono alla setta di magia nera, le si tortura con frustate, le si rende schiave zombi fino a sconfinare in accenni necrofili, con un soldato che tenta di violentarle una volta resuscitate dalla morte. Nel calderone troviamo anche un attore freak che interpreta Santanòn, l’assistente nano di Damballah, sempre circondato da ossa di morti con cui ha costruito anche il suo trono personale. Rendiamo grazie a lui se proviamo un brivido satanico guardandolo agire votato al male. Vogliamo evidenziare la pregevole sequenza dell’incubo di Annabella, drogata dagli stregoni, che tenta di riecheggiare i giochi di luce e la psichedelia di alcune scene del maestro Mario Bava. Chi ama il cinema di genere può gustarsi questi momenti, anche se brevi, tentando di non premere il tasto avanti veloce sul proprio telecomando. Vergara ha evidentemente tentato il tutto per tutto e proprio per questo verrà ricordato. Pregevole il costume semplice ma di impatto del sacerdote Damballah.

Curiosità:

Probabilmente la trama del film ricalca volutamente fatti realmente accaduti: il dittatore di Haiti, Francois Duvalier, nel 1964 lasciò credere al popolo di essere la reincarnazione di Baron Samedi, dio traghettatore dei morti nell’aldilà, per intimorirli e poter governare indisturbato.

Baron Samedi è rievocato anche nel film 007 – Vivi e lascia morire.

Nella versione italiana del film è stata censurata una scena in cui l’assistente Santanòn decapita un pollo e cosparge il corpo di una defunta col sangue per completare il rituale vudù.

L’idea di girare una “quadrilogia del terrore” con poco budget puntando tutto su un attore di grosso calibro fu realizzata da Vergara scritturando l’attore John Carradine per i film Enigma de Muerte, Las Vampiras, Pacto Diabolico e La senora Muerte.


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Diary of the Dead – Le Cronache dei Morti Viventi (2007)

by Cabal on feb.14, 2010, under 2007, Horror

Titolo Originale: Diary of the Dead (Letteralmente: Il Diario dei Morti)

Regia: George A. Romero

Cast: Michelle Morgan, Joshua Close

Genere: Horror (Sottogenere: Zombie Movie)

“Il problema non è che la gente si sveglia morta, ma che i morti si risvegliano.” – Professor Maxwell

Un gruppo di studenti di un college si trovano nei boschi per girare assieme al loro professore un cortometraggio. Improvvisamente la radio trasmette una notizia inquietante, alcuni morti hanno ricominciato a vivere e aggrediscono la gente. I ragazzi corrono a cercare le loro famiglie per assicurarsi che stiano bene, ma durante il viaggio verso casa li attenderà un destino che andrà peggiorando di ora in ora.

Molti registi hanno cercato la via della fama girando remake di diversi film di successo ma pochissimi sono riusciti a fare meglio dell’originale. Fin qui possiamo capirlo, non tutti hanno la stessa ispirazione o quel magico tocco da artista dei cineasti talentuosi che li hanno preceduti. L’unico regista che si cimenta nel girare il remake dei suoi stessi film, però, è George A. Romero e ogni volta che ci riprova è sempre a un livello inferiore della volta precedente. Questo non riesco a capirlo… Nessuno vuole togliere a Romero il titolo di indiscusso maestro dell’horror, è lui che ha dato vita al capolavoro La Notte dei Morti Viventi segnando l’inizio del mito intramontabile degli zombi mangia-uomini (gli zombi si erano già visti al cinema in pellicole quali Ho Camminato con uno Zombie del 1943 oppure L’Isola degli Zombies del 1932 ma non mangiavano esseri viventi) ma, nel continuo tentativo di ringiovanire il franchise della sua opera prima, ha letteralmente esaurito i colpi in canna da sparare. In questo film tutto è scontato e troppo politicamente corretto, a partire dagli attori, tutti ragazzi e ragazze fotogenici e carini, sempre vestiti bene e puliti anche dopo aver ucciso qualcuno. L’unica attrice “normale” muore subito e non ci resta altro che il professor Maxwell, cavaliere solitario dalla facile battuta alla Clint Eastwood, che nulla aggiunge al film se non goffaggine. L’idea di base sarebbe mantenere lo stile di un documentario, girando il tutto in prima persona, ed ecco che entra in gioco l’aspetto migliore della pellicola, ovvero proprio la regia. L’operatore della steadycam è abilissimo a riprendere le scene dal verso giusto evitando inutili sobbalzi o sterzate brusche come in Cloverfield, che danno agli spettatori sensazioni di vertigini e impediscono di mettere a fuoco l’inquadratura. Qui tutto è molto pulito e ben fatto. Questo stile di ripresa si concilia molto bene con l’atmosfera degli zombi-movie, non togliendo nulla alla suspense generata dal trovarsi in un mondo senza più vivi, anzi addirittura esaltando il senso di continua solitudine proprio grazie alla mancanza di stacchi tra le scene. Per raggiungere un buon livello in una storia che non concede pause visive è d’altro canto indispensabile una buona sceneggiatura che eviti cali di tono e comportamenti dei personaggi inverosimili. Ecco invece il punto di maggiore vulnerabilità del film: la sceneggiatura. Dei ragazzi di poco più di 20 anni si ritrovano in poche ore circondati da morti che camminano e cominciano a usare le pistole sparando come cecchini professionisti con un colpo perfetto al centro della fronte degli zombi, non rimanendo per nulla schockati (o almeno la loro recitazione non ce lo fa capire). Il personaggio del professor Maxwell fa il verso all’elfo Legolas de Il Signore degli Anelli, preferendo alle pistole l’arco e non sbagliando mai un colpo. Insomma Romero, o chi per lui, non sa come tirare avanti per 95 minuti di pellicola e i suoi attori non lo aiutano. Ecco che a metà del film entra in scena una banda di ragazzi di colore, sciacalli della zona, che ad altro non serve che come scusa per riempire i ragazzi di armi, come nel miglior videogioco sparatutto, visto che nelle due scene precedenti avevano finito tutte le munizioni e pure la benzina. Arriviamo, infine, all’aspetto più assurdo: per poter realizzare un film girato in prima persona ci vuole un personaggio del cast che interpreti il regista, altrimenti come avremmo fatto a ritrovare “pellicole perdute” come quelle di The Blair Witch Project o di Cannibal Holocaust? Questo ruolo viene affidato al personaggio di Jason che mentre tutti i suoi amici, compresa la sua ragazza, vengono massacrati, mangiati vivi e inseguiti dagli zombi, lui non fa altro che riprenderli inerme senza il minimo senso di pena, responsabilità, amicizia o quant’altro possa portarlo a lasciare la telecamera e dare una mano per aiutare le uniche persone vive oltre a lui a sopravvivere, sopravvivendo di riflesso egli stesso considerato che l’unione fa la forza. Analizzando il comparto di effetti speciali possiamo dire che sono di buon livello ma il vero amante degli zombi si aspetterebbe almeno una pellicola grondante sangue. Nemmeno qui Romero ci accontenta. Le scene violente sono pochissime e nemmeno tanto sanguinolente, alcune addirittura comiche (vedi la scena dell’amish), inserite solo per alzare di poco la tensione da dormitorio che avvolge il film. Inutile aggrapparsi all’ultima speranza, ovvero le famose critiche sociali che Romero ha inserito quasi sempre nelle sue pellicole per dare un certo spessore. I suoi morti viventi rappresentavano la metafora dell’uomo metropolitano annientato spiritualmente dal consumismo dilagante, nuova piaga  dell’umanità. In Diary of the Dead si vorrebbe criticare l’annientamento dei sensi causato dai media e da internet, che rende gli uomini meri spettatori della realtà circostante e non protagonisti, argomentazione che troverebbe basi molto serie ma che inserita in questo film ci sembra solo la scusa per giustificare il comportamento fuori da ogni logica di Jason e quindi l’esistenza del film stesso, in realtà concepito più come una manovra commerciale. Per chi volesse conoscere George A. Romero all’apice della sua espressione artistica consiglio vivamente i famosi La Notte dei Morti Viventi del 1968, Zombi del 1978 e Il Giorno degli Zombi del 1985, conosciuti come “La Trilogia dei Morti Viventi”.

Curiosità:

La scena in cui lo zombi sdraiato sul lettino dell’ospedale si gira facendo cadere a terra le interiora è uguale a una scena del film Il Giorno degli Zombi, sempre di Romero.

Nella scena in cui i ragazzi si trovano nel garage di Ben la voce alla radio che annuncia le news è la stessa utilizzata nel precedente La Notte dei Morti Viventi.

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Martyrs (2008)

by Cabal on feb.12, 2010, under 2008, Horror

Titolo Originale: Martyrs (Letteralmente: Martiri)

Regia: Pascal Laugier

Cast: Moriana Alaoui, Milène Jampanoi, Isabelle Chasse

Genere: Horror (Sottogenere: Torture Porn)

“E’ facile creare una vittima. Il mondo come lo conosciamo è pieno di vittime. I martiri sono eccezionalmente rari.”- Mademoiselle

Anna e Lucie sono due ragazze che hanno subìto un trauma da bambine. Lucie è in cerca di vendetta nei confronti di coloro che l’hanno rapita e hanno usato violenza su di lei, Anna la comprende perchè anche lei ha vissuto una storia di abusi sessuali. Giunte nei pressi di una casa isolata, Lucie entra furiosa e uccide la famiglia che vi abita e che lei ritiene responsabile di quanto le è accaduto, ma questo non serve a cancellare dalla sua mente le visioni di una donna mostruosa che la perseguita. In quella casa Anna scova un passaggio che porta a uno scantinato, utilizzato dall’organizzazione di rapitori per nascondere giovani donne e fare esperimenti su di loro. Fuggire non sarà facile…

Ho aperto questo blog perchè sono un appassionato di cinema ed un collezionista di film. Di pellicole ne ho viste circa 6000 di cui 3000 fanno parte della mia collezione, ma pochi, davvero pochi mi hanno disturbato come Martyrs. All’inizio la storia di Lucie e delle sue visioni è l’elemento portante della trama, la donna-mostro è sicuramente appartenente a un mondo illusorio da cui Lucie, però, resta sempre ferita realmente. Ci viene il dubbio, per non dire la speranza, che Laugier abbia intrapreso la via di un film gore-spettrale come pretesto per approfondire psicologicamente il personaggio, soffriamo con lei e anche noi vorremmo aiutarla ma il demone è nella sua testa e solo lei può sconfiggerlo. Abusi e violenze passate che un minore non dimentica e che segnano la sua mente e il suo cuore per il resto della sua vita, immergendolo in un dolore mille volte più grande di lui. Pregevole intento, quello del regista, di rappresentare visivamente i demoni della mente attraverso il tema estremamente delicato dell’autolesionismo (problema reale di molti giovani con una vita difficile) ma proprio quando vogliamo analizzarlo sotto questo aspetto il film prende una svolta e l’attenzione si rivolge ad Anna. Restiamo confusi, decisamente delusi, ma non possiamo smettere di guardare. Intrappolata nel covo dei rapitori è costretta a sopportare tutto quello che fecero a Lucie. Giunti alla fine ci pentiremo di non aver chiuso gli occhi, perchè il destino di Anna è ancora peggiore di quello dell’amica. Per tutto il film la palette di colori è gelida, avvertiamo sempre una sensazione di freddo. Il freddo della morte che lentamente penetra in Anna riesce a varcare i confini dello schermo ed entrare in noi, ponendo il seme di una pena che crescerà fino a nausearci. Già da bambine Anna e Lucie erano schiave e ancora lo sono da grandi, schiave dell’odio e del tormento. Nessuna delle due può combattere contro un sistema studiato per non lasciare scampo, neppure per chi riesce a fuggire da esso. Soffrire e ancora soffrire, fino a morire o accettare la sofferenza come stato immutabile della vita. E dopo? Cosa ci aspetta dopo, felicità o oblìo? Viene quasi da chiedersi se il fine ultimo di Laugier non fosse stato quello di fare delle due ragazze dei simboli dell’uomo moderno, circondato da milioni di mondi e realtà che in egual modo lo rendono schiavo, tema trattato in molte pellicole a partire da Metropolis fino a Fight Club. Alcune cadute di stile ci sono: la violenza sembra studiata con l’intento di disturbare a tutti i costi lo spettatore e le vittime sono sempre delle belle e giovani donne, ormai simbolo stereotipato, soprattutto nel genere horror, della creatura indifesa e vulnerabile. Non si capisce poi perchè Lucie, dopo essere riuscita a fuggire, invece di far arrestare i torturatori dalla polizia decide di ucciderli con le sue mani diversi anni dopo e per di più aiutata solo da un’amica. Il finale è scontato perchè la pretesa di partenza è troppo grande: sapere cosa c’è dopo la morte. Sarebbe stato più saggio incentrare il tema sulla difficoltà di vincere le proprie paure e tutto avrebbe avuto un risvolto più apprezzabile, lasciandoci meno un senso di amaro in bocca. In conclusione la prima metà del film promette davvero grandi cose, il resto subisce un grave calo di stile. Consigliato solo a stomaci forti perchè, tra gli alti e i bassi, di violenza se ne vede tanta.

Curiosità:

Nel precedente film di Pascal Laugier, Saint Ange, il personaggio principale è una ragazza di nome Anna Jurin. In Martyrs Anna è il nome di una delle due ragazze mentre l’altra si chiama Lucie Jurin.

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