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Drammatico

L’ Asso nella Manica (1951)

by Cabal on mag.23, 2010, under 1951, Drammatico

Titolo Originale: Ace in the Hole (Letteralmente: L’Asso nel Buco)

Regia: Billy Wilder

Cast: Kirk Douglas, Jan Sterling, Porter Hall

“Tu compri un giornale e leggi della morte di 100 uomini…Tu leggi ma rimani indifferente. Un uomo solo è diverso, vuoi sapere tutto di lui!” – Chuck Tatum

Chuck Tatum è un giornalista che non riesce a tenersi stretto il lavoro a causa del suo modo troppo sfacciato di vivere e di rapportarsi con gli altri, soprattutto coi suoi superiori. Si trasferisce ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, per farsi assumere da un piccolo editore della zona. Ogni giorno Tatum cerca la notizia che possa riportarlo alla fama giornalistica di un tempo ma ad Albuquerque non succede mai nulla, fino a quando non si viene a sapere di un ragazzo, Leo Minosa, rimasto intrappolato in una caverna sotto alle macerie di una frana. Tatum decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio e di crearci sopra uno scoop sensazionale, giocando col tempo che è a suo favore ma che, al contrario, è nemico mortale di Leo.

Billy Wilder mette in scena un film che rappresenta una delle denunce più fragorose che il cinema ricordi nei confronti della società capitalistica ed egocentrica che dal dopoguerra stava pian piano delineando i suoi tratti spietati e caratteristici. La sceneggiatura non va tanto per il sottile: un ragazzo dai sani principi cerca di guadagnare quanto basta per vivere in pace con la moglie scavando alla ricerca di qualche reperto archeologico di valore nelle profondità di una caverna. Rimane intrappolato e quando un giornalista si accorge del possibile scoop, invece di aiutarlo ad uscire fa di tutto per farlo restare sottoterra e guadagnare tempo per imbastire un circo di corruzione e orrori che porterà profitti a tutti tranne che al ragazzo. La vita delle metropoli, che esalta i conflitti e alimenta il culto del denaro e dell’ “Io”, man mano che si espande porta con sè tutto il marcio che la contraddistingue. Concetti che Billy Wilder instilla in ognuno dei suoi personaggi, metafore viventi di desiderio di fama (Chuck Tatum) e di soldi (Lorraine Minosa). Non soltanto i due personaggi principali rappresentano dei messaggi, ma anche tutte le figure secondarie sono intrise di significato. Il padre di Leo ci ricorda che al mondo ci sono anche i valori e i legami familiari; il capo di Tatum, il signor Jacob, vive secondo principi ben delineati di onestà e rispetto; Leo stesso è un ragazzo umile che vorrebbe vivere di cose semplici e di affetti. La loro comunità trovava un equilibrio e tutti potevano vivere serenamente, ma per Tatum questa serenità non era altro che noia, una vita troppo tranquilla che ai suoi occhi era un fallimento. Leo poteva essere facilmente aiutato dagli operai ad uscire dal buco in cui è rimasto sfortunatamente incastrato, ma Tatum non lo permette e vuole complicare le cose, vuole dirigere gli eventi e modificare la realtà traendo un beneficio per sè stesso. Chiaramente non può farlo da solo e comincia a corrompere anche altri, dal capo degli operai al capo della polizia, ed ecco che la corruzione dilaga e tutti ci guadagnano qualcosa. Tutti tranne il ragazzo semplice e umile che voleva solo vivere in pace. Leo è l’immagine della purezza soffocata dalla corruzione, soffocata al punto che egli rimane realmente privo di ossigeno all’interno della caverna e fatica a respirare. Quando crede di stare per morire egli vuole pentirsi dei suoi peccati e mentre lo fa Wilder, con grande crudezza, inquadra il volto dello spietato giornalista, il vero peccatore di tutta la storia. Un peccatore che detiene il “quarto potere”, quello della stampa, e lo usa come fosse un profeta attraendo a sè i fedeli della falsa notizia, gli sciacalli della città. Maestosa la scena in cui Tatum urla al suo popolo dalla cima del monte come fosse Mosè, una scena che fa davvero pensare riguardo all’enorme potere dei giornalisti, messaggeri di verità spesso fasulle che di divino hanno ben poco ma grazie alle quali riescono a manipolare le azioni e i pensieri delle masse. Charlie Tatum, un giornalista che vale 1000 dollari al giorno a suo dire, ma che non vale altrettanto come uomo. Questo enorme circo degli orrori, imbastito di tutto punto con veri tendoni e giostre da luna-park davanti alla montagna in cui è intrappolato un ragazzo ad un passo dalla morte, è quanto di più osceno questo geniale regista riesca a mettere davanti ai nostri occhi ed è la tagliente rappresentazione della società moderna, che lucra su tutto spettacolarizzando ogni minimo evento. Purtroppo questa determinazione nel denunciare il falso perbenismo della società costò a Wilder un grosso prezzo: fece terminare i rapporti con la Paramount, poichè i critici, i giornalisti ed il pubblico (immedesimatosi nella figura della folla che giunge alla montagna solo per il desiderio di “vivere lo scoop”) rimasero offesi dal suo pensiero. Lo stesso Kirk Douglas tentò di convincerlo ad “ammorbidire” sia il personaggio di Tatum che la storia in generale ma non ci riuscì e quindi nessun altro produttore investì denaro per lanciare la giusta campagna pubblicitaria a L’Asso nella Manica e il film fu un flop di incassi. Il film ha venature così dark che sconfina nel genere noir, pur non ricalcandone i clichè. La nostra generazione può vedere questa pellicola come una sorta di oscura previsione che Wilder, 60 anni fa, fece della società così come la viviamo veramente oggi, con televisioni e testate giornalistiche fortemente controllate e censurate. Proprio per questo il film è di alto valore e la sua visione è assolutamente consigliata.

Curiosità:

Nell’ufficio del direttore Jacob si trova un cartello che recita: Tell The Truth (Letteralmente: Dire la verità).

Il titolo originale Ace in the Hole è un gioco di parole. Hole significa anche buco, e può essere inteso come il buco in cui è rimasto intrappolato Leo. Allo stesso tempo Ace in the Hole è anche un modo di dire che in italiano si traduce con Asso nella Manica. Quindi l’asso nella manica è l’opportunità di successo che si offre a Tatum tramite lo scoop del ragazzo incastrato nel buco, ovvero Leo.

Il film venne ritirato per un periodo dalla Paramount e poi rimesso in circolazione con un altro titolo: The Big Carnival (Letteralmente: Il Grande Carnevale).

Poichè il film fu un flop al botteghino la Paramount si arrogò il diritto di sottrarre le perdite da eventuali incassi futuri del regista. Il suo film successivo, L’Inferno dei Vivi, fu un successo ma parte dei profitti che spettavano a Wilder gli furono trattenuti.

La sceneggiatura si basa su un fatto realmente accaduto nel 1925. L’esploratore Floyd Collins rimase intrappolato per 14 giorni in una caverna e prima di morire riusci a rilasciare un’intervista al giornalista William Burke Miller che, grazie ad essa, vinse il Premio Pulitzer.

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Amleto (1990)

by Cabal on mag.01, 2010, under 1990, Drammatico, Storico

Titolo Originale: Hamlet

Regia: Franco Zeffirelli

Cast: Mel Gibson, Glenn Close, Helena Bonham Carter

Genere: Drammatico, Storico

“Essere o non essere, tutto qui. E’ più nobile per l’anima sopportare impavidi i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all’oceano dell’infelicità rifiutarsi e dire di no? Prendere un’arma e finirla. Morire…Dormire…Niente altro.” – Amleto

Nel castello di Elsinore si celebra il funerale del Re di Danimarca. Amleto, figlio del Re, assiste pieno di dolore assieme alla madre Gertrude. In seguito lo spettro del padre defunto si metterà in contatto col figlio prediletto per svelargli di essere stato ucciso a tradimento dal fratello Claudio che, così facendo, ha potuto diventare erede al trono e sposare Gertrude. La vendetta si farà inesorabilmente strada nell’animo di Amleto che è intenzionato a uccidere lo zio, ma nel continuo tramare e soffrire molte altre morti avranno luogo.

L’Amleto di Franco Zeffirelli ha il difficile compito di uscire a testa alta dal paragone che per forza di cose i cinefili sono soliti fare con l’opera omonima del 1948, in cui il ruolo principale era affidato al bravissimo Laurence Olivier. In verità bisogna ammettere che Zeffirelli ha preso una strada differente dalla pellicola precedente, mettendo in scena una prova teatrale con attori capaci di rendere più moderna e scorrevole la famosa tragedia, nonostante questa sia ambientata nel medioevo. La sceneggiatura si prende la libertà di interpretare l’opera di Shakespeare per darle quel respiro cinematografico altrimenti assente, anticipando e postponendo le scene teatrali in ordine differente rispetto al testo originale e tagliando gran parte delle numerose battute che sarebbero risultate troppo lunghe per i tempi medi di un lungometraggio moderno. Kenneth Branagh si spinse oltre questo limite nel 1996, girando un adattamento completamente fedele al testo originale ma della durata di 242 minuti, difficilmente masticabile dallo spettatore medio. Zeffirelli punta tutto sull’interpretazione visiva giocando con forti contrapposizioni di interni ed esterni, per sottolineare quanto tra le mura del castello in cui si consuma la tragedia si respiri un’aria cimiteriale, mentre al di fuori di esso la luce doni speranza e le persone riescano persino a sorridere. E’ evidenziata anche una metaforica “verticalità” delle scene: dall’alto della torre Amleto scopre la verità nell’incontro col fantasma del padre e lo stesso fa mentre si aggira furtivo sui ponti rialzati, ascoltando le male parole che vengono pronunciate dai castellani sotto di lui. Quando scende al livello degli altri personaggi ecco che tutto è male, invidia, tradimento e bugia. In alto, dove stanno gli angeli, vi è la salvezza quasi paradisiaca mentre in basso, dove vive l’uomo, si sprofonda nei più abietti e immorali inferi. Il lavoro del regista su questo approccio visivo è molto piacevole e aiuta a non rimanere oppressi dalla claustrofobica scenografia del solo castello che avrebbe altrimenti appiattito molto il film. Lo stravolgimento dalla continuità degli eventi rispetto all’opera originale ci dà un certo senso di smarrimento, fortunatamente non troppo invasivo. Il cast fornisce uno spettro di interpretazioni ampio e valido, con una piacevole sorpresa per la recitazione di Mel Gibson, al tempo conosciuto solo per i suoi film d’azione. Qui Gibson pone le basi per quella che sarà la sua interpretazione più famosa, il William Wallace di Braveheart, caricando le espressioni nella maniera più drammatica per dare spessore alle scene dei cupi e tormentati soliloqui del protagonista. L’energia che il suo Amleto sprigiona è notevole ed è un continuo lottare tra il volerla liberare, portando a termine la sua vendetta, e il tentare di trattenerla per dare ascolto alla ragione. Possiamo dire che il vero Amleto shakespeariano era combattuto proprio da queste emozioni e quindi Mel Gibson si avvicina al personaggio con un approccio molto professionale. Non si può dire meno degli altri attori, tutti impegnati a dare corpo alle rispettive recitazioni, con una nota di merito su tutti per la brava Helena Bonham Carter. La sua Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre e per il rifiuto amoroso di Amleto, è davvero memorabile. Non possiamo fare tutte le analisi filosofiche, storiche, letterarie e quant’altro di un’opera teatrale così famosa nel solo spazio di una recensione, però possiamo notare che, nonostante la versione di Zeffirelli sia modificata a dovere, molti dei contenuti sono presenti. Può risultare quindi interessante, anche sotto un profilo di studio, analizzare a fondo questa pellicola. La scena finale si ricollega con quella iniziale, inquadrando il corpo ormai privo di vita di Amleto come quello del padre prima di lui e chiudendo il ciclo della sua tormentata vita. Visione altamente consigliata.

Curiosità:

Nel film manca il personaggio di Fortebraccio, che nell’opera teatrale aveva un ruolo importante soprattutto nella parte conclusiva in quanto diventava il nuovo erede al trono dopo la morte di Amleto.

Si pensa che Shakespeare si sia ispirato alla leggenda di Amleth, raccontata dallo storico Saxo Grammaticus nella sua opera “Gesta Danorum”. In effetti gli eventi sono molto simili così come i nomi dei personaggi coinvolti.

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The Libertine (2004)

by Cabal on mar.25, 2010, under 2004, Drammatico, Storico

Titolo Originale: The Libertine (Letteralmente: Il Libertino)

Regia: Laurence Dunmore

Cast: Johnny Depp, John Malkovich, Samanta Morton

Genere: Drammatico – Storico

“Traete le conclusioni alla distanza a cui vi terreste se stessi per mettere la lingua sotto le vostre sottane.” – John Wilmot

Al conte di Rochester, John Wilmot, viene dato il compito di stilare una sceneggiatura per un’opera teatrale a cui avrebbe di lì a poco assistito il re di Francia. Invece di elogiare l’ Inghilterra, Wilmot la dipinge come una sorta di girone infernale colmo di anime votate a piaceri fisici e a depravazioni di ogni genere, atteggiamenti tipici del pensiero libertino in voga ai tempi. La rappresentazione scatena l’indignazione del re Carlo II che difficilmente perdonerà l’oltraggio subìto. Lavorando nel teatro il conte conosce una giovane e promettente attrice, Lizy Berry e decide di aiutarla a crescere professionalmente poichè vede in lei grandi doti e inoltre ne è segretamente innamorato. Dopo diversi anni, quando scopre di essere malato di sifilide e ricercato dal re, Wilmot è costretto a fuggire. Viene ritrovato dopo alcuni mesi e portato al cospetto di Carlo II che dovrà prendere una decisione in merito alla sua sorte.

Questo film rappresenta davvero qualcosa di particolare poichè è l’opera prima e unica di Laurence Dunmore e dello sceneggiatore Stephen Jeffreys a cui vanno riconosciuti diversi meriti. Innanzitutto lo script è vivace e articolato e a tratti sconfina nella commedia pur essendo un dramma di un certo spessore politico. Veniamo accompagnati nel viaggio attraverso la vita di John Wilmot con garbo per essere poi travolti assieme a lui dal tormento di un destino avverso che egli stesso si è creato. Il vero dramma del conte non risiede nel suo atteggiamento libertino, che egli stesso finisce per odiare, ma nel terrore di una vita piatta e monotona. Il suo desiderio di sentirsi vivo lo porta ad ammettere con sè stesso che l’unico motivo di gioia per lui è il teatro, l’unico luogo in cui le emozioni devono fluire al massimo della loro energia per incantare il pubblico. La donna di cui si innamorerà sarà infatti una promettente attrice che diverrà per lui una sorta di oasi spirituale in mezzo all’arido deserto di un’ Inghilterra avvolta ormai nel peccato. Wilmot non teme di esprimere i propri pensieri con coraggio, ma come in ogni realtà ormai corrotta troverà solo persone che non vogliono ascoltare e che finiranno per condannarlo pur di non ammettere le sue scomode verità. Nonostante egli stesso sia il maggior esponente del libertinismo, dentro di sè cova odio per le istituzioni che hanno permesso un tale scempio spirituale. E’ come se volesse dirci che lo Stato, non importa se monarchico o democratico o altro, ha comunque il sacro dovere di prendersi cura del suo popolo e trattarlo come fossero tutti suoi figli, istruendolo e facendolo crescere sia spiritualmente sia culturalmente, altrimenti l’ inferno spalancherà le sue porte e ci trasformerà in demoni. La malattia che affligge il conte è infatti la metafora di un demone interiore che cresce e tramuta il corpo in qualcosa di quasi satanico a vedersi, ma che in realtà è solo l’esteriorizzazione di una drammatica mutazione interiore, di un pozzo senza fine che ha trascinato l’anima di Wilmot nell’oblio. Come molte anime perse e in preda alla disperazione, anche lui cercherà l’ultimo rifugio nella conversione religiosa, non tanto per salvarsi dalla dannazione che egli non teme quanto per un desiderio di espiazione che lo invade troppo tardi, generato dal pentimento di non aver dato valore a nulla nella sua vita. Il regista sceglie di “anticare” la pellicola girando gran parte delle scene con le sole luci delle candele che si usavano al tempo e l’effetto è veramente caldo e avvolgente. Gli attori non sono al meglio della loro forma ma sanno comunque regalarci un’interpretazione sufficiente a reggere il peso del tema trattato. Da sottolineare la performance non facile di Samantha Morton, che ha dovuto interpretare un’attrice nell’attrice. Consigliato a chi ama il genere storico, ma anche solo a chi vuole apprezzare un film drammatico sopra la media.

Curiosità:

Il film si basa sulla sceneggiaura di Stephen Jeffreys che era già stata portata a teatro in una rappresentazione in cui John Wilmot era interpretato da John Malkovich.

La scena in cui Johnny Depp e Rupert Friend si baciano è stata eliminata.

Nella realtà il vero conte John Wilmot non fu esiliato dal re a causa della sua rappresentazione teatrale oltraggiosa intitolata “A Satyr on Charles II“, bensì si autoesiliò.

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