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1990

Amleto (1990)

by Cabal on mag.01, 2010, under 1990, Drammatico, Storico

Titolo Originale: Hamlet

Regia: Franco Zeffirelli

Cast: Mel Gibson, Glenn Close, Helena Bonham Carter

Genere: Drammatico, Storico

“Essere o non essere, tutto qui. E’ più nobile per l’anima sopportare impavidi i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all’oceano dell’infelicità rifiutarsi e dire di no? Prendere un’arma e finirla. Morire…Dormire…Niente altro.” – Amleto

Nel castello di Elsinore si celebra il funerale del Re di Danimarca. Amleto, figlio del Re, assiste pieno di dolore assieme alla madre Gertrude. In seguito lo spettro del padre defunto si metterà in contatto col figlio prediletto per svelargli di essere stato ucciso a tradimento dal fratello Claudio che, così facendo, ha potuto diventare erede al trono e sposare Gertrude. La vendetta si farà inesorabilmente strada nell’animo di Amleto che è intenzionato a uccidere lo zio, ma nel continuo tramare e soffrire molte altre morti avranno luogo.

L’Amleto di Franco Zeffirelli ha il difficile compito di uscire a testa alta dal paragone che per forza di cose i cinefili sono soliti fare con l’opera omonima del 1948, in cui il ruolo principale era affidato al bravissimo Laurence Olivier. In verità bisogna ammettere che Zeffirelli ha preso una strada differente dalla pellicola precedente, mettendo in scena una prova teatrale con attori capaci di rendere più moderna e scorrevole la famosa tragedia, nonostante questa sia ambientata nel medioevo. La sceneggiatura si prende la libertà di interpretare l’opera di Shakespeare per darle quel respiro cinematografico altrimenti assente, anticipando e postponendo le scene teatrali in ordine differente rispetto al testo originale e tagliando gran parte delle numerose battute che sarebbero risultate troppo lunghe per i tempi medi di un lungometraggio moderno. Kenneth Branagh si spinse oltre questo limite nel 1996, girando un adattamento completamente fedele al testo originale ma della durata di 242 minuti, difficilmente masticabile dallo spettatore medio. Zeffirelli punta tutto sull’interpretazione visiva giocando con forti contrapposizioni di interni ed esterni, per sottolineare quanto tra le mura del castello in cui si consuma la tragedia si respiri un’aria cimiteriale, mentre al di fuori di esso la luce doni speranza e le persone riescano persino a sorridere. E’ evidenziata anche una metaforica “verticalità” delle scene: dall’alto della torre Amleto scopre la verità nell’incontro col fantasma del padre e lo stesso fa mentre si aggira furtivo sui ponti rialzati, ascoltando le male parole che vengono pronunciate dai castellani sotto di lui. Quando scende al livello degli altri personaggi ecco che tutto è male, invidia, tradimento e bugia. In alto, dove stanno gli angeli, vi è la salvezza quasi paradisiaca mentre in basso, dove vive l’uomo, si sprofonda nei più abietti e immorali inferi. Il lavoro del regista su questo approccio visivo è molto piacevole e aiuta a non rimanere oppressi dalla claustrofobica scenografia del solo castello che avrebbe altrimenti appiattito molto il film. Lo stravolgimento dalla continuità degli eventi rispetto all’opera originale ci dà un certo senso di smarrimento, fortunatamente non troppo invasivo. Il cast fornisce uno spettro di interpretazioni ampio e valido, con una piacevole sorpresa per la recitazione di Mel Gibson, al tempo conosciuto solo per i suoi film d’azione. Qui Gibson pone le basi per quella che sarà la sua interpretazione più famosa, il William Wallace di Braveheart, caricando le espressioni nella maniera più drammatica per dare spessore alle scene dei cupi e tormentati soliloqui del protagonista. L’energia che il suo Amleto sprigiona è notevole ed è un continuo lottare tra il volerla liberare, portando a termine la sua vendetta, e il tentare di trattenerla per dare ascolto alla ragione. Possiamo dire che il vero Amleto shakespeariano era combattuto proprio da queste emozioni e quindi Mel Gibson si avvicina al personaggio con un approccio molto professionale. Non si può dire meno degli altri attori, tutti impegnati a dare corpo alle rispettive recitazioni, con una nota di merito su tutti per la brava Helena Bonham Carter. La sua Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre e per il rifiuto amoroso di Amleto, è davvero memorabile. Non possiamo fare tutte le analisi filosofiche, storiche, letterarie e quant’altro di un’opera teatrale così famosa nel solo spazio di una recensione, però possiamo notare che, nonostante la versione di Zeffirelli sia modificata a dovere, molti dei contenuti sono presenti. Può risultare quindi interessante, anche sotto un profilo di studio, analizzare a fondo questa pellicola. La scena finale si ricollega con quella iniziale, inquadrando il corpo ormai privo di vita di Amleto come quello del padre prima di lui e chiudendo il ciclo della sua tormentata vita. Visione altamente consigliata.

Curiosità:

Nel film manca il personaggio di Fortebraccio, che nell’opera teatrale aveva un ruolo importante soprattutto nella parte conclusiva in quanto diventava il nuovo erede al trono dopo la morte di Amleto.

Si pensa che Shakespeare si sia ispirato alla leggenda di Amleth, raccontata dallo storico Saxo Grammaticus nella sua opera “Gesta Danorum”. In effetti gli eventi sono molto simili così come i nomi dei personaggi coinvolti.

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