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1961

…e la Terra prese fuoco (1961)

by Cabal on apr.05, 2010, under 1961, Apocalittico, Fantascienza

Titolo Originale: The Day the Earth Caught Fire (Letteralmente: Il giorno in cui la Terra prese fuoco)

Regia: Val Guest

Cast: Janet Munro, Leo McKern, Edward Judd

Genere: Fantascienza (Sottogenere: Apocalittico)

“Siamo stanchi, impauriti, preferiamo distruggerci piuttosto che vivere nelle preoccupazioni e nella paura. C’è rimasta una sola speranza: che tutto finisca al più presto!” – Peter Stenning

A seguito dell’esplosione simultanea di due bombe nucleari facenti parte di una serie di esperimenti bellici statunitensi e russi, la Terra subisce una inclinazione del proprio asse dovuta alla potenza dell’impatto. Nella redazione di un giornale londinese si cercano di riportare i fatti nella maniera più dettagliata possibile mentre il mondo comincia a subire violente trasformazioni climatiche. La temperatura sale ogni giorno di più, l’acqua comincia ad evaporare e la popolazione cade nel panico. I politici e gli scienziati di tutto il mondo dovranno trovare il prima possibile una soluzione o la fine dell’umanità sarà certa.

Val Guest ci propone un film che riflette sul triste tema della folle corsa agli armamenti bellici, che fu centro delle strategie politiche di Stati Uniti e Unione Sovietica alla fine della Seconda Guerra Mondiale. All’epoca in cui il film uscì la tensione era al culmine, in piena Guerra Fredda si temeva un conflitto nucleare tra le due superpotenze a seguito degli avvenimenti che diedero origine alla cosiddetta “Crisi dei Missili di Cuba“. Nel film il reporter Peter Stenning assieme all’amico Bill Maguire investigano sugli avvenimenti cercando di offrire un punto di vista realistico ai lettori del loro giornale. Il realismo è alla base dell’intera sceneggiatura, scritta da Wolf Mankowitz e Val Guest insieme, e contribuisce a rendere le vicende narrate più credibili e di conseguenza più spaventose. Il ritmo serrato dei dialoghi trasmette una sensazione generale di ansia e Guest utilizza uno stile registico elaborato che ancora oggi è spunto per molti film d’azione. In alcune scene, nonostante non si tratti di un film post-apocalittico, sembra di assistere ad un vero e proprio scenario di totale distruzione della civiltà, con le città abbandonate e le strade attraversate dalle sole ventate di polvere. L’uso adeguato di filtri e del formato Dyaliscope aumentano notevolmente il senso di catastrofe imminente. Gli attori sono tutti di buon livello ma il protagonista principale, Edward Judd, è perfetto nel suo ruolo di giornalista egoista e demotivato che se ne frega di tutto, persino del proprio lavoro. Per tutto il film promette all’amico Bill, che lavora spesso al posto suo, di scrivere un articolo decente sugli avvenimenti che stanno sconvolgendo l’umanità ma non lo farà fino alla fine, fino a quando non sarà troppo tardi. Il suo comportamento potrebbe essere una critica nei confronti di chi vuole vivere la serenità della propria piccola realtà fingendo che non esistano altri problemi al mondo se non i propri. L’individualismo uccide la coscienza collettiva, che è l’unica forza in grado di far superare all’uomo le peggiori difficoltà se non addirittura l’estinzione. Nessuno arriva a salvare l’umanità alla fine di questa storia, perchè gli uomini possono salvarsi solo se si uniscono abbandonando i conflitti. Il moralismo è presente ma dosato egregiamente evitando di risultare pesante ed anche il finale è scelto con saggezza, lasciando aperte due possibili strade: la salvezza o la distruzione. E’ da sottolineare anche un certo erotismo nella storia d’amore tra Peter e Jeannie, piuttosto avanti per l’epoca ma ben lontano dalla volgarità e portato sullo schermo dalla femminilità della bella Janet Munro.  Siamo di fronte ad un film dai toni e dai temi estremamente attuali, che vuole essere un pretesto per invitare gli spettatori a pensare e proprio per questo è caldamente consigliato.

Curiosità:

Gli interni della redazione del giornale per cui lavorano i protagonisti sono stati girati in una vera redazione londinese che si trovava a Fleet Street, la “Express Newspapers“.

L’inquadratura di un camion dei vigili del fuoco che sfreccia durante la notte è la stessa utilizzata nei fotogrammi del film L’Astronave Atomica del Dottor Quatermass del 1955, sempre per la regia di Val Guest.

L’attore Michel Caine recita nella parte di un poliziotto ma non è accreditato nei titoli di testa.

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Il Pozzo e il Pendolo (1961)

by Cabal on mar.29, 2010, under 1961

Titolo Originale: The Pit and the Pendulum

Regia: Roger Corman

Cast: Vincent Price, Barbara Steele

“Morirai di una morte terribile! Morirai!” – Nicholas Medina

Siamo nel sedicesimo secolo, il giovane Francis Barnard giunge in Spagna dall’ Inghilterra per far luce sulla morte della sorella Elizabeth, moglie di Nicholas Medina. Arrivato al castello chiede spiegazioni sulla causa del decesso ma le risposte di Medina sono vaghe, al punto da portare Francis a sospettare che sia stato lui stesso ad ucciderla. Egli invece è sconvolto ed è convinto di avere seppellito viva la moglie a seguito di una diagnosi di morte errata da parte del medico di famiglia, il dottor Leon. Un susseguirsi di spettrali avvenimenti cominciano a verificarsi tra le mura del castello e per evitare di cadere nel baratro della follia, Medina decide di esumare la salma della moglie dal luogo in cui riposa.

Il Pozzo e il Pendolo è la seconda pellicola del ciclo ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, composto da otto film prodotti e realizzati dal grande Roger Corman. In quest’opera, e ancora di più nel precedente I Vivi e i Morti, Corman dà il meglio di sè realizzando un intramontabile capolavoro di cinema gotico. Ad aiutarlo in questa impresa il prolifico e sempre brillante sceneggiatore Richard Matheson, che per dare vita a questo film riprende in mano il racconto di Poe stravolgendone gli eventi e caricando l’atmosfera di tragico pathos. Nel racconto originale si narravano, in forma di soliloquio, le emozioni di un uomo che stava per essere giustiziato dall’ Inquisizione spagnola mentre nel film la trama è diversa ma non meno drammatica. Nicholas Medina è figlio di un inquisitore e nei sotterranei del castello di famiglia si trovano ancora gli strumenti di tortura del padre. Da bambino Nicholas scoprì come questi macchinari venivano utilizzati e lo shock gli procurò terribili visioni che ancora oggi lo perseguitano e lo spingono, ogni giorno di più, verso la follia. Egli teme di aver seppellito viva la moglie, condannandola ad atroci sofferenze come quelle che vide infliggere agli uomini e alle donne vittime dell’ Inquisizione. L’atmosfera del film rispecchia egregiamente l’animo cupo e tormentato dei protagonisti sin dall’inquadratura iniziale della scogliera sulla quale è costruito il castello, gelida e sempre percossa dalle onde di un mare che non trova pace. Altrettanto magistrali gli interni attraverso cui si muove la regia, come fosse uno spettro nascosto tra cunicoli illuminati dalla sola luce delle torce e coperti di polvere secolare. La contrapposizione tra questi oscuri passaggi segreti e le stanze del castello elegantemente ammobiliate e decorate trasmette allo spettatore la sensazione che il pericolo, fuori da esse, sia sempre in agguato. La grande sala delle torture che ospita il diabolico meccanismo del pendolo sembra davvero, come grida lo stesso Medina, la porta dell’ inferno. Gli attori immersi in questi scenari recitano ad un buon livello ma sopra a tutti si erge, come sempre, l’ineguagliabile Vincent Price, che dà vita al dramma interiore del suo personaggio con l’emotiva ed esasperata teatralità che solamente lui sa portare sul grande schermo. Per tutto il film siamo così coinvolti dalla sua recitazione che dopo il finale, quando il climax è raggiunto e le ultime battute vengono pronunciate, ci attendiamo di vedere calare il sipario come in un vero teatro. L’apparizione di Barbara Steele è breve ma di impatto, Corman la scelse dopo averla vista recitare ne La Maschera del Demonio di Mario Bava e ne rimase impressionato. Anche i costumi sono ben realizzati e la tecnica di colorazione usata, il Pathècolor, è perfetta per dare alla pellicola un gusto “antico”. Roger Corman mette in scena un capolavoro che diverrà un punto di riferimento per i registi del futuro e non si discosta da quella che fu l’essenza delle poesie di Poe anche se ne reinterpreta i contenuti. Ancora oggi possiamo cogliere gli echi del suo inconfondibile stile nelle produzioni contemporanee. Da vedere assolutamente.

Curiosità:

Il pendolo costruito per la scena finale era di legno ma la lama era di gomma.

Il secondo film del ciclo su Poe non doveva essere Il Pozzo e il Pendolo bensì La Maschera della Morte Rossa. Corman riteneva quest’ultimo troppo simile a Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman e quindi ne posticipò la realizzazione.

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