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FILMICA SI TRASFORMA!

by Cabal on giu.18, 2010, under Generale

Il blog Filmica si trasforma e passa sulla piattaforma Blogger.

Se volete continuare a leggere le recensioni nuove l’indirizzo è:
http://cultiki.blogspot.com/

Grazie a tutti!

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L’ Asso nella Manica (1951)

by Cabal on mag.23, 2010, under 1951, Drammatico

Titolo Originale: Ace in the Hole (Letteralmente: L’Asso nel Buco)

Regia: Billy Wilder

Cast: Kirk Douglas, Jan Sterling, Porter Hall

“Tu compri un giornale e leggi della morte di 100 uomini…Tu leggi ma rimani indifferente. Un uomo solo è diverso, vuoi sapere tutto di lui!” – Chuck Tatum

Chuck Tatum è un giornalista che non riesce a tenersi stretto il lavoro a causa del suo modo troppo sfacciato di vivere e di rapportarsi con gli altri, soprattutto coi suoi superiori. Si trasferisce ad Albuquerque, nel Nuovo Messico, per farsi assumere da un piccolo editore della zona. Ogni giorno Tatum cerca la notizia che possa riportarlo alla fama giornalistica di un tempo ma ad Albuquerque non succede mai nulla, fino a quando non si viene a sapere di un ragazzo, Leo Minosa, rimasto intrappolato in una caverna sotto alle macerie di una frana. Tatum decide di sfruttare la situazione a suo vantaggio e di crearci sopra uno scoop sensazionale, giocando col tempo che è a suo favore ma che, al contrario, è nemico mortale di Leo.

Billy Wilder mette in scena un film che rappresenta una delle denunce più fragorose che il cinema ricordi nei confronti della società capitalistica ed egocentrica che dal dopoguerra stava pian piano delineando i suoi tratti spietati e caratteristici. La sceneggiatura non va tanto per il sottile: un ragazzo dai sani principi cerca di guadagnare quanto basta per vivere in pace con la moglie scavando alla ricerca di qualche reperto archeologico di valore nelle profondità di una caverna. Rimane intrappolato e quando un giornalista si accorge del possibile scoop, invece di aiutarlo ad uscire fa di tutto per farlo restare sottoterra e guadagnare tempo per imbastire un circo di corruzione e orrori che porterà profitti a tutti tranne che al ragazzo. La vita delle metropoli, che esalta i conflitti e alimenta il culto del denaro e dell’ “Io”, man mano che si espande porta con sè tutto il marcio che la contraddistingue. Concetti che Billy Wilder instilla in ognuno dei suoi personaggi, metafore viventi di desiderio di fama (Chuck Tatum) e di soldi (Lorraine Minosa). Non soltanto i due personaggi principali rappresentano dei messaggi, ma anche tutte le figure secondarie sono intrise di significato. Il padre di Leo ci ricorda che al mondo ci sono anche i valori e i legami familiari; il capo di Tatum, il signor Jacob, vive secondo principi ben delineati di onestà e rispetto; Leo stesso è un ragazzo umile che vorrebbe vivere di cose semplici e di affetti. La loro comunità trovava un equilibrio e tutti potevano vivere serenamente, ma per Tatum questa serenità non era altro che noia, una vita troppo tranquilla che ai suoi occhi era un fallimento. Leo poteva essere facilmente aiutato dagli operai ad uscire dal buco in cui è rimasto sfortunatamente incastrato, ma Tatum non lo permette e vuole complicare le cose, vuole dirigere gli eventi e modificare la realtà traendo un beneficio per sè stesso. Chiaramente non può farlo da solo e comincia a corrompere anche altri, dal capo degli operai al capo della polizia, ed ecco che la corruzione dilaga e tutti ci guadagnano qualcosa. Tutti tranne il ragazzo semplice e umile che voleva solo vivere in pace. Leo è l’immagine della purezza soffocata dalla corruzione, soffocata al punto che egli rimane realmente privo di ossigeno all’interno della caverna e fatica a respirare. Quando crede di stare per morire egli vuole pentirsi dei suoi peccati e mentre lo fa Wilder, con grande crudezza, inquadra il volto dello spietato giornalista, il vero peccatore di tutta la storia. Un peccatore che detiene il “quarto potere”, quello della stampa, e lo usa come fosse un profeta attraendo a sè i fedeli della falsa notizia, gli sciacalli della città. Maestosa la scena in cui Tatum urla al suo popolo dalla cima del monte come fosse Mosè, una scena che fa davvero pensare riguardo all’enorme potere dei giornalisti, messaggeri di verità spesso fasulle che di divino hanno ben poco ma grazie alle quali riescono a manipolare le azioni e i pensieri delle masse. Charlie Tatum, un giornalista che vale 1000 dollari al giorno a suo dire, ma che non vale altrettanto come uomo. Questo enorme circo degli orrori, imbastito di tutto punto con veri tendoni e giostre da luna-park davanti alla montagna in cui è intrappolato un ragazzo ad un passo dalla morte, è quanto di più osceno questo geniale regista riesca a mettere davanti ai nostri occhi ed è la tagliente rappresentazione della società moderna, che lucra su tutto spettacolarizzando ogni minimo evento. Purtroppo questa determinazione nel denunciare il falso perbenismo della società costò a Wilder un grosso prezzo: fece terminare i rapporti con la Paramount, poichè i critici, i giornalisti ed il pubblico (immedesimatosi nella figura della folla che giunge alla montagna solo per il desiderio di “vivere lo scoop”) rimasero offesi dal suo pensiero. Lo stesso Kirk Douglas tentò di convincerlo ad “ammorbidire” sia il personaggio di Tatum che la storia in generale ma non ci riuscì e quindi nessun altro produttore investì denaro per lanciare la giusta campagna pubblicitaria a L’Asso nella Manica e il film fu un flop di incassi. Il film ha venature così dark che sconfina nel genere noir, pur non ricalcandone i clichè. La nostra generazione può vedere questa pellicola come una sorta di oscura previsione che Wilder, 60 anni fa, fece della società così come la viviamo veramente oggi, con televisioni e testate giornalistiche fortemente controllate e censurate. Proprio per questo il film è di alto valore e la sua visione è assolutamente consigliata.

Curiosità:

Nell’ufficio del direttore Jacob si trova un cartello che recita: Tell The Truth (Letteralmente: Dire la verità).

Il titolo originale Ace in the Hole è un gioco di parole. Hole significa anche buco, e può essere inteso come il buco in cui è rimasto intrappolato Leo. Allo stesso tempo Ace in the Hole è anche un modo di dire che in italiano si traduce con Asso nella Manica. Quindi l’asso nella manica è l’opportunità di successo che si offre a Tatum tramite lo scoop del ragazzo incastrato nel buco, ovvero Leo.

Il film venne ritirato per un periodo dalla Paramount e poi rimesso in circolazione con un altro titolo: The Big Carnival (Letteralmente: Il Grande Carnevale).

Poichè il film fu un flop al botteghino la Paramount si arrogò il diritto di sottrarre le perdite da eventuali incassi futuri del regista. Il suo film successivo, L’Inferno dei Vivi, fu un successo ma parte dei profitti che spettavano a Wilder gli furono trattenuti.

La sceneggiatura si basa su un fatto realmente accaduto nel 1925. L’esploratore Floyd Collins rimase intrappolato per 14 giorni in una caverna e prima di morire riusci a rilasciare un’intervista al giornalista William Burke Miller che, grazie ad essa, vinse il Premio Pulitzer.

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Nel Tempio degli Uomini Talpa (1956)

by Cabal on mag.18, 2010, under 1956, Fantascienza, Monster Movie

Titolo Originale: The Mole People (Letteralmente: Il Popolo Talpa)

Regia: Virgil W. Vogel

Cast: John Agar, Cynthia Patrick, Hugh Beaumont

“Devono ucciderci perchè abbiamo messo in dubbio che il loro mondo è l’unico mondo e che i loro dèi sono gli unici dèi.” – Dr. Bentley

Il Dr. Bentley, assieme ad altri tre archeologi, si addentra nelle montagne dell’Asia centrale per scoprire una civiltà che, secondo alcune leggende, vive nelle viscere della Terra. Dopo un lungo viaggio trovano un tempio che sembra appartenere all’antica civiltà dei Sumeri e decidono di esplorare ancora più a fondo i cunicoli che si snodano sotto di esso. Proprio quando pensano che la loro ricerca sia finita vengono a contatto con delle strane creature e con un popolo albino che li farà prigionieri per sacrificarli alla loro divinità Ishtar.

Siamo negli anni ‘50 e la fantascienza è quasi il tema principale dei film dell’epoca, inevitabilmente attratta e al contempo spaventata dalle meraviglie della scienza. Molti registi decidono di seguire il filone dei Monster Movies, spesso basati su storie di mutazioni genetiche e di enormi creature che devastano città intere. Virgil Vogel prende una direzione leggermente diversa dal solito ed imbastisce un film in cui i “mostri” sono presenti ma non protagonisti. Nello svilupparsi della trama di Nel Tempio degli Uomini Talpa la vera protagonista è la scienza stessa, in eterno conflitto con la religione. Dal momento in cui i quattro archeologi vengono a contatto con la civiltà sotterranea lo scontro metaforico tra questi due credo è costante. Il Sommo Sacerdote Elinor, inizialmente, è convinto che Bentley e compagni siano degli dèi perchè in possesso di una torcia elettrica. La luce è il simbolo del potere divino per questo popolo che vive nell’oscurità, ma solo perchè è strumento di morte. Come si vedrà più avanti, i traditori e i ribelli vengono bruciati vivi proprio in una stanza illuminata dal sole grazie alla presenza di un piccolo cratere che mette in contatto i cunicoli con la superficie. Gli uomini sotterranei sono così abituati a vivere al buio che il solo contatto con la luce è  mortale. Vogel è chiaro nel suo messaggio: la scienza è portatrice di illuminazione e di progresso mentre la religione, se interpretata con fanatismo ed estremismo, condanna l’uomo all’oblio. E’ impressionante il quadro di violenza che regna nella struttura sociale di questo popolo, capace solo di schiavizzare ed uccidere, perennemente spaventato da tutto ciò che non conosce. Non si vedranno molto spesso, nei film fantascientifici degli stessi anni, scene “forti” come quelle delle fustigazioni e dei lavori forzati a cui sono sottoposti i poveri “uomini-talpa”. Nel quadro metaforico della storia essi sono il “diverso”, l’”incomprensibile” che va schiavizzato invece che capito, umiliato invece che rispettato, sempre sotto il punto di vista degli uomini sotterranei con gli occhi abituati a “non vedere” la realtà. Il Dr. Bentley (interpretato da John Agar, attore già consolidato nel panorama dei B-Movies) è, al contrario, un uomo sempre pronto a scoprire e sempre pronto a comprendere. Vedendo il mondo con gli occhi della scienza coglie sfumature che agli altri sono precluse e riesce a trovare soluzioni che gli altri non possono nemmeno immaginare. Nei fatti egli diventa quasi divino, finchè la forza della luce della scienza è con lui (nel film è la luce della sua torcia che rappresenta questo concetto). E’ evidente anche un altro messaggio del regista: l’uomo moderno non può comprendere i propri errori e affrontare il futuro se prima non studia il suo passato e non a caso Bentley e compagni sono archeologi. Vogel avrebbe potuto utilizzare qualunque altra professione legata alla scienza per caratterizzare i suoi personaggi principali ma sceglie proprio l’archeologia, fortemente legata allo studio delle civiltà antiche. Solo dopo aver colto queste sfumature, che rendono alla pellicola un certo onore, possiamo passare sopra a diversi punti negativi. Il ritmo è piuttosto lento, soprattutto nella prima metà del film, a causa di un inutile soffermarsi sulla fase esplorativa degli archeologi. Ci vuole una certa dose di passione per i B-Movies per non annoiarsi a morte prima del momento cruciale, in cui si svela il segreto della civiltà sotterranea, si vedono i tanto attesi mostri e il ritmo comincia a incalzare. I dialoghi non sono sempre all’altezza dei contenuti sopra descritti, alternando battute taglienti ad altre veramente banali. Gli effetti speciali sono buoni, spesso al di sopra della media del genere, soprattutto nella realizzazione del mondo sotterraneo creato con enormi tavole dipinte a mano, usate per gli sfondi, e nella realizzazione dei costumi degli uomini-talpa (a quanto pare la maggior parte del budget messo a disposizione dalla Universal è andato proprio al reparto SFX). Piuttosto scadente il reparto recitativo, unico a distinguersi fra gli attori è John Agar, che mette a segno probabilmente il personaggio più riuscito della sua carriera. Provate a dare uno sguardo a Nel Tempio degli Uomini Talpa se apprezzate i film con venature dark, ma non piacerà a tutti. Gli appassionati di B-Movies possono stare tranquilli e godersi la visione, apprezzando anche la singolarità delle creature.

Curiosità:

Nel film la divinità del popolo sotterraneo è Ishtar. Bentley ci spiega che il popolo sotterraneo è antenato dei Sumeri, ma la divinità sumera corrispondente a Ishtar è Inanna. Ishtar è in realtà una divinità Assiro-Babilonese.

Alcune scene di questo film sono state riutilizzate nel film The Wild World of Batwoman (Letteralmente: Il Selvaggio Mondo di Batwoman).

La scena in cui Bentley e compagni si affacciano per la prima volta davanti al tempio sotterraneo degli uomini-talpa riecheggia vagamente la scena della scoperta del tempio nel film Alien Vs Predator.

La scena finale del film in origine era diversa. Il Dr. Bentley e Adal, la ragazza appartenente al popolo sotterraneo, fuggono e vivono insieme felici. Purtroppo non è stato possibile inserirla perchè la produzione non accettava l’idea di una possibile relazione tra razze differenti.

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La Vendetta di Spartacus (1964)

by Cabal on mag.13, 2010, under 1964, Storico

Regia: Michele Lupo

Cast: Gordon Mitchell, Roger Browne, Scilla Gabel

Genere: Storico, Drammatico (Sottogenere: Peplum)

“Perchè nasciamo tutti uguali… E nessuno deve essere più schiavo! Nessuno!” – Cinzia

Gli ultimi seguaci di Spartaco, lo schiavo che si ribellò ai Romani, si recano sul luogo in cui è stato crocefisso per liberarlo e portarlo in salvo. La voce che Spartaco è ancora vivo si sparge rapidamente fra i gruppi della resistenza e rianima gli animi di tutti i guerriglieri. Nel frattempo il soldato romano Valerio scopre che la sua famiglia è stata uccisa proprio dai Romani nel tentativo di scoprire dove fosse suo fratello Marcello, considerato un traditore perchè amico di Spartaco. L’animo di Valerio si riempie di rabbia e dedice così di unirsi ai ribelli per combattere contro la tirannia dei Romani, ma la sua vita è in pericolo perchè anche tra i suoi nuovi compagni ci sono dei traditori.

La Vendetta di Spartacus fa parte di una trilogia, assieme a Gli Schiavi Più Forti del Mondo e Sette Contro Tutti, di film peplum girati da Michele Lupo famosi per la loro atmosfera cupa. Raramente nei film di questo genere si toccano le corde della drammaticità perchè quando arriva l’eroe muscoloso di turno solitamente i cattivi vengono puniti e i buoni liberati, tutto in un susseguirsi di azione e botte che è assai accattivamente come intrattenimento ma piuttosto scarno in quanto a contenuti. Ne La Vendetta di Spartacus, invece, è stato fatto un ottimo lavoro già a livello di sceneggiatura. Lionello De Felice ed Ernesto Guida riescono ad intrecciare una storia che fa leva sul sentimento di libertà e giustizia che alberga in ognuno di noi, ponendo alla base di essa dialoghi di un certo spessore che culminano in sfoghi davvero drammatici. Sono proprio gli scambi di battute tra i protagonisti che segnano i momenti di tensione del film, spesso in maniera più convincente di quanto non sappiano fare le stesse scene d’azione. Alla figura di Cinzia (Scilla Gabel) è affidato il ruolo di rappresentare, con tutta la sua bellezza e la sua fragilità, la rabbia generata dall’impotenza di reagire ai tiranni unita alla speranza di potersi liberare un giorno dalle catene della schiavitù. Il suo personaggio si completa nella figura di Valerio, il lato forte e combattivo che a lei manca. Con grande saggezza il regista non si sofferma troppo sul loro rapporto per non sconfinare in atmosfere troppo romantiche, al contrario lo esplora pian piano alternandolo alle battaglie che Valerio e i suoi compagni devono affrontare. Questa scelta ci permette di percepire quanto Cinzia sia una donna capace di generare amore e forza nello spirito non solo di Valerio, ma di tutti i ribelli. La trama procede con un buon ritmo e dosa bene azione e dramma, portandoci infine ad assaporare il significato intrinseco di questi mitologici eventi: gli ideali di libertà, giustizia e uguaglianza non devono mai morire e per farlo devono rivivere in eterno nei simboli. Spartaco è un uomo ma è anche simbolo di forza e speranza e proprio per questo gli uomini lo seguono e lottano per lui. A mettere in scena quest’opera ci pensano un pugno di attori di buon livello se paragonati ad altri che hanno lavorato nello stesso genere di film. Il volto di Gordon Mitchell è inciso nella pietra, non per niente sarà di lì a poco il protagonista di molti film western nei quali attori caratteristi come lui sono indispensabili. Roger Browne si cala con serietà nella parte di Valerio e aiuta a dare la giusta spinta drammatica al film distinguendosi in maniera molto positiva. Oltre che alla buona recitazione assisitamo anche ad una buona preparazione atletica degli attori che si lanciano in scene di lotta con una determinazione molto più brutale ed accentuata rispetto alla media dei peplum, sembrando quasi sul set di un film dei giorni nostri in quanto a dose di violenza. Infine è da sottolineare l’ottima prova dietro alla macchina da presa di Michele Lupo, che azzarda inquadrature addirittura troppo moderne per la sua epoca (bellissima l’inquadratura della telecamera che segue Valerio mentre questi corre verso la sua casa temendo per la vita dei suoi cari) e grazie alle quali possiamo provare ben più di una emozione. Si fosse fatto qualcosa di più sul lavoro dei costumi, un pò troppo semplici, il film avrebbe guadagnato ancora maggiore rilievo. Per chi ama i cosiddetti “Sword and Sandal movies” (letteralmente: “I film Spada e Sandali“), come li chiamano in America, La Vendetta di Spartacus è assolutamente da non perdere. Per gli altri il consiglio è di provare a vederlo perchè è un’ottimo film dall’ambientazione storica che tenta di prendersi sul serio.

Curiosità:

Esiste un’edizione CD della colonna sonora originale composta da Francesco De Masi in split con la colonna sonora de I Gladiatori Più Forti del Mondo.

Alcune scene del film sono state girate nei pressi di Tor Caldara, nel Lazio.

La scena in cui Massimo Decimo Merivio scopre moglie e figlio trucidati nel film Il Gladiatore ricorda la scena in cui Valerio corre verso casa nel tentativo di salvare i suoi familiari.

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La Vera Storia di Jack lo Squartatore (1988)

by Cabal on mag.09, 2010, under 1988, Generale

Titolo Originale: Jack the Ripper (Letteralmente: Jack lo Squartatore)

Regia: David Wickes

Cast: Michael Caine, Armand Assante, Lewis Collins

Genere: Thriller

“Giustizia! Ecco che cosa volevo. Semplice e maledetta giustizia!” – George Godley

Siamo nel 1888. Nei sobborghi di Londra uno spietato serial killer uccide, a distanza di poco tempo una dall’altra, cinque prostitute. L’Ispettore Abberline viene incaricato di dirigere la squadra investigativa che dovrà fare luce sugli avvenimenti ma il caso si fa sempre più complesso e gli omicidi sempre più atroci. La polizia non riesce a trovare sufficienti prove per scovare il colpevole nonostante gli indiziati siano più di uno. Abberline riceve inaspettatamente tre lettere firmate “Jack lo Squartatore” e da questo momento inizia a farsi strada nella sua mente un’ipotesi che farebbe scoppiare un’enorme scandalo: l’assassino potrebbe essere in qualche modo collegato con la famiglia reale.


Il film di David Wickes è stato concepito per essere un prodotto televisivo ma la qualità finale della pellicola, considerando diversi aspetti, la pone senza problemi di fianco a film di più alto rango. La storia segue piuttosto fedelmente gli avvenimenti reali legati agli omicidi del famoso serial killer. Nella realtà sono rimasti pochi indizi che possono aiutare gli studiosi a trarre conclusioni in merito alla vera identità dell’assassino e sino ad ora sono state avanzate solo ipotesi ma nessuna di queste espone con certezza la verità. Proprio questo alone di mistero irrisolto è il fulcro del fascino di queste vicende e il mito, pur se negativo, di Jack lo Squartatore difficilmente cesserà di esistere. Wickes ci cala completamente nella cupa atmosfera della Londra vittoriana di fine ‘800 ricostruendo con dovizia di particolari, grazie all’aiuto di abili scenografi, tutte le vie oscure e i luoghi in cui si svolsero i fatti così come furono riportati e testimoniati nelle foto e sui giornali dell’epoca. Lo spettatore è quindi pronto a venire a conoscenza dei macabri eventi e la sceneggiatura si snoda col giusto ritmo per alternare i momenti di terrore legati agli omicidi alla scoperta di indizi, che alzano l’attenzione e aiutano ad immedesimarsi nel personaggio dell’ispettore. Pubblico e attori sono chiamati a mettere assieme i pezzi di un puzzle dalle mille facce, in cui il tempo è nemico crudele e i sospettati sono molteplici. La tensione è costante per ben 182 minuti di film e nemmeno sul finale il regista molla la presa, portando il climax al culmine e svelando una delle tante possibili ipotesi sull’identità dell’assassino conosciuta col nome di “Complotto Massoneria/Famiglia Reale“. La rosa di attori che fanno parte del cast è ampia e variegata, con un’ottima scelta di volti caratteristi che elevano lo standard recitativo ad un livello molto teatrale ed emotivo. Michael Caine è perfetto nella parte di Frederick Abberline che interpreta con grande umanità. Egli capisce che vi è una lotta interna al suo personaggio, costretto a mantenere l’atteggiamento composto di un ufficiale delle forze dell’ordine nonostante dentro sia infiammato dalla rabbia e dal desiderio di giustizia. Il suo assistente George Godley, affidato all’attore Lewis Collins, è invece molto più istintivo e pronto all’azione e diviene il braccio di Abberline, che è la mente. Non di meno sono da elogiare altre interpretazioni veramente accattivanti: Armand Assante nel ruolo del teatrante Richard Mansfield è oscuro e misterioso quanto terrificante (memorabile la scena della sua trasformazione da Jeckyll in Hyde) e Ken Bones interpreta il medium Robert James Lees in maniera molto convincente. Grazie agli attori e alla bellissima atmosfera il film risulta un piacevole intrattenimento ma devo sottolineare che non tutti i critici sono così benevoli. E’ stato evidenziato da molti di essi come punto a sfavore il fatto che l’atmosfera di Londra nel film, pur essendo cupa e nebbiosa, in realtà è ancora troppo “perbene” per quella che era la realtà dei sobborghi del tempo. Inoltre, sebbene i personaggi del film siano realmente esistiti e in qualche modo coinvolti nelle vicende, alcuni risvolti ad essi legati sono stati leggermente modificati per essere adattati alla produzione cinematografica. Ecco allora che il personaggio di Richard Mansfield diviene il sospettato principale e il rivale in amore di Abberline (entrambi sono amanti di Emma Prentiss), quando nella realtà fu chiamato in causa come sospetto solo da un giornale dell’epoca che narrava di quanto fosse spaventosa la sua interpretazione teatrale di Hyde, paragonandola alla figura mostruosa dell’assassino di Whitechapel. Inoltre i discendenti di Frederick Abberline si indignarono quando videro che nel film egli veniva dipinto come un uomo dedito all’alcool, mentre anche i suoi colleghi di lavoro lo ricordavano come una persona tranquilla e dai profondi valori familiari. Questi aspetti vennero forse valutati poco interessanti per lo sviluppo della sceneggiatura del film di Wickes e vennero scartati in favore di una versione più drammatica e “sporca” dei personaggi. Questa scelta è stata positiva perchè non si trattava di mettere in scena una sorta di versione documentaristica degli eventi, comunque nemmeno troppo distanti dalla realtà, bensì un prodotto di intrattenimento per il grande pubblico. Le tre ore di La Vera Storia di Jack lo Squartatore scorrono piacevolmente e quindi è consigliato per chi volesse passare una lunga serata all’insegna del “thriller”. Consigliato anche ai fan di Michael Caine per godere di una sua buona intepretazione. Sconsigliato, infine, ai “Ripperologi” (coloro che studiano in maniera approfondita e scientifica il caso di Jack the Ripper) perchè finirebbero per trovarlo troppo teatrale.

Curiosità:

I testimoni dell’epoca udirono una ragazza cantare la canzone “A Violet From Mother’s Grave” poco prima di sentire un urlo terrificante. Mary Jane Kelly nel film canta una canzone che pare non essere la stessa riportata nelle testimonianze.

Furono girati diversi finali alternativi per soddisfare le esigenze dei critici e del pubblico.

Altri due film avvalorano l’ipotesi del complotto “Massoneria/Famiglia Reale”. Essi sono: Sherlock Holmes: Assassinio su Commissione del 1978 e La Vera Storia di Jack lo Squartatore del 2001.

Originariamente il ruolo di Frederick Abberline fu affidato all’attore Barry Foster. In seguito, per accaparrarsi la benevolenza dei distributori americani, fu poi scelto un attore di maggiore fama, ovvero Michael Caine. Alcune scene con Foster furono quindi girate nuovamente con Caine.

L’attore Richard Mansfield nella sua recitazione a teatro dell’opera “Lo Strano Caso del Dr.Jekyll e Mr.Hyde” si trasformava da Hyde a Jekyll e non viceversa come si vede nel film. Riusciva a impressionare il pubblico mettendosi sotto la luce del palcoscenico nel punto più caldo, così da fare sciogliere il trucco che aveva in faccia e dare l’impressione che si stesse trasformando.

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I Banditi del Tempo (1981)

by Cabal on mag.06, 2010, under 1981, Avventura, Fantastico

Regia: Terry Gilliam

Cast: David Warner, Sean Connery, Ian Holm, Kenny Baker

Genere: Avventura, Fantastico

“Dio non conosce il potenziale dei microchip!” – Il Male

Kevin è un ragazzo che ama passare le sue giornate leggendo fumetti e libri. I suoi genitori sono piuttosto severi e non gli permettono quasi mai di divertirsi perciò è abituato a vagare spesso con la fantasia. Una sera, prima di addormentarsi, dall’armadio della sua camera sbucano fuori sei nani che affermano di provenire da un’altra dimensione. Essi sono in possesso di una mappa che gli permette di viaggiare nel tempo ma che è di proprietà dell’Essere Supremo, il creatore di tutte le cose, che sta cercando di riaverla indietro. Kevin decide di seguirli in questa bizzarra avventura che li porterà a fronteggiare il Signore del Male fin nei meandri della sua fortezza oscura.

Il regista di questo variegato fantasy è niente di meno che Terry Gilliam, uno dei membri del famoso gruppo comico inglese Monty Python, che fu attivo dal 1969 al 1983, composto da sei menti brillanti la cui comicità fu colta e sottile. Anche nel film I Banditi del Tempo il regista non si risparmia dall’elargire le sue intelligenti critiche sociali ma le espone con una vivacità visiva molto personale ed accattivante. La base dello script assomiglia, per certi versi, ai racconti di J.R.R.Tolkien in cui dei piccoli uomini possono cambiare il mondo. Per Tolkien erano gli Hobbit, per Gilliam sono i  sei sgangherati e buffi nani che hanno il maestoso compito, come si scoprirà più avanti nel film, di “creare” la natura in nome e per conto dell’Essere Supremo. Stanchi di questa mansione faticosa i sei rubano la pergamena per viaggiare nel tempo e cosa ne fanno? Decidono di attraversare tutte le epoche storiche per rubare denaro e fuggire nei portali temporali, sfruttando i “buchi” che si aprono tra le dimensioni. A ben pensare potrebbe sembrare una critica alla società moderna, in fondo non c’è sempre qualcuno che ruba sfruttando i buchi o le falle della legge? Alla loro avventura si unisce un ragazzo che rappresenta metaforicamente la purezza dell’animo giovanile. A Kevin non interessa rubare bensì vivere il tempo in cui si trova, che sia contemporaneo o futuro o passato non importa, l’importante è il desiderio di conoscere e di vivere. Desiderio di vivere la vita da un lato e smania di rubare e accumulare ricchezze dall’altro…Gilliam non risparmia certo sulle critiche, ve l’avevo detto. Ma non finisce qui, il desiderio capitalistico dei sei nanetti li condurrà direttamente nella Fortezza del Male Supremo e qui dovranno fronteggiare il Signore del Male, in una sequenza che riecheggia alla lontana l’arrivo di Dorothy e dei suoi amici alle stanze del sovrano ne Il Mago di Oz, la famosa pellicola del 1939. David Warner incarna una perfetta caricatura del male, capace di uccidere i suoi idioti adepti senza nemmeno accorgersene. La sua interpretazione è ironica e seria allo stesso tempo, strappa un sorriso al pubblico ma è un sorriso che pone le sue radici nell’amarezza della triste consapevolezza che questo male esiste da sempre e difficilmente sarà sconfitto. Il regista continua feroce su questa via utilizzando l’imbarazzante quanto efficace arma del grottesco per mettere in ridicolo ogni forma di potere. Quando giungono dinnanzi a Napoleone scoprono che l’unica cosa che lo diletta è vedere degli uomini più piccoli di lui, già di per sè notoriamente basso di statura, ed egli  ride guardando lo spettacolo di marionette e la recita dei nani. Il potente si sente sempre sovrano e superiore al prossimo e non sopporta che qualcuno sia più grande. Il Signore del Male vuole conquistare il mondo attraverso la tecnologia e così infatti farà anche nella nostra realtà. La famiglia di Kevin, che nella scena finale in cui esplode la loro casa considera più importante salvare il forno a microonde che la vita del loro bambino, è un riflesso di quanto oggi siamo dipendenti dalla tecnologia stessa. I computer, internet, i cellulari, la televisione, sono tutti strumenti che spersonalizzano gli uomini, affievolendo i loro rapporti sociali reali per catapultarli in una dimensione astratta. E quando gli uomini sono divisi invece che uniti non è forse più facile comandarli? Il tema fu toccato anche da George A. Romero nel suo Diary of the Dead, già recensito qui su Filmica. Il mondo in cui vive Kevin è molto più reale di quello dei suoi genitori tele-dipendenti proprio perchè è frutto della sua fantasia e in merito a questo tema possiamo citare il bellissimo film La Storia Infinita del 1984 in cui la mancanza di fantasia, ovvero il Nulla, rischiava di distruggere l’universo intero. Questi e molti altri sono i significati intrinsechi che Terry Gilliam ha voluto inserire in questo suo piccolo capolavoro cinematografico, ognuno di noi può trovarne di nuovi e questo ci sprona a guardare I Banditi del Tempo più di una volta. Anche le inquadrature sono originali e la telecamera riprende tutto “dal basso” per metterci al livello visivo di Kevin e dei suoi compagni. Alcuni movimenti della macchina da presa verranno ripresi similmente da Peter Jackson, come i veloci primi piani o le prospettive distorte. I costumi e gli effetti speciali sono a livello di produzione mainstream dell’epoca, eppure il budget stanziato fu di molto inferiore alla media. Le scenografie sono dettagliate e azzeccatissime e il lavoro eseguito per costruire la Fortezza del Male è davvero maestoso e originale. Per chi vuole intrattenimento, divertimento e il piacere di guardare un film usando anche il cervello il consiglio è: “Non perdetevelo!”.

Curiosità:

Michael Palin, ex membro dei Monty Python, appare in un cameo.

La parte iniziale è ambientata in Italia, a Castiglione delle Stiviere, in occasione della battaglia napoleonica del 1796.

Uno dei sei attori nani, Kenny Baker, è famoso per avere indossato il costume di R2-D2 in Guerre Stellari di George Lucas.

L’armadio che diviene un portale da attraversare per vivere fantastiche avventure è anche l’idea del romanzo “Il Leone, la strega e l’armadio” di C.S.Lewis. Al cinema è stato adattato anche per il film Le Cronache di Narnia: il leone, la strega e l’armadio del 2005.

La scena in cui il robot giocattolo di Kevin si attiva da solo durante la notte è simile ad una scena di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo, diretto da Steven Spielberg.

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Amleto (1990)

by Cabal on mag.01, 2010, under 1990, Drammatico, Storico

Titolo Originale: Hamlet

Regia: Franco Zeffirelli

Cast: Mel Gibson, Glenn Close, Helena Bonham Carter

Genere: Drammatico, Storico

“Essere o non essere, tutto qui. E’ più nobile per l’anima sopportare impavidi i colpi e le frecciate della fortuna ostile o davanti all’oceano dell’infelicità rifiutarsi e dire di no? Prendere un’arma e finirla. Morire…Dormire…Niente altro.” – Amleto

Nel castello di Elsinore si celebra il funerale del Re di Danimarca. Amleto, figlio del Re, assiste pieno di dolore assieme alla madre Gertrude. In seguito lo spettro del padre defunto si metterà in contatto col figlio prediletto per svelargli di essere stato ucciso a tradimento dal fratello Claudio che, così facendo, ha potuto diventare erede al trono e sposare Gertrude. La vendetta si farà inesorabilmente strada nell’animo di Amleto che è intenzionato a uccidere lo zio, ma nel continuo tramare e soffrire molte altre morti avranno luogo.

L’Amleto di Franco Zeffirelli ha il difficile compito di uscire a testa alta dal paragone che per forza di cose i cinefili sono soliti fare con l’opera omonima del 1948, in cui il ruolo principale era affidato al bravissimo Laurence Olivier. In verità bisogna ammettere che Zeffirelli ha preso una strada differente dalla pellicola precedente, mettendo in scena una prova teatrale con attori capaci di rendere più moderna e scorrevole la famosa tragedia, nonostante questa sia ambientata nel medioevo. La sceneggiatura si prende la libertà di interpretare l’opera di Shakespeare per darle quel respiro cinematografico altrimenti assente, anticipando e postponendo le scene teatrali in ordine differente rispetto al testo originale e tagliando gran parte delle numerose battute che sarebbero risultate troppo lunghe per i tempi medi di un lungometraggio moderno. Kenneth Branagh si spinse oltre questo limite nel 1996, girando un adattamento completamente fedele al testo originale ma della durata di 242 minuti, difficilmente masticabile dallo spettatore medio. Zeffirelli punta tutto sull’interpretazione visiva giocando con forti contrapposizioni di interni ed esterni, per sottolineare quanto tra le mura del castello in cui si consuma la tragedia si respiri un’aria cimiteriale, mentre al di fuori di esso la luce doni speranza e le persone riescano persino a sorridere. E’ evidenziata anche una metaforica “verticalità” delle scene: dall’alto della torre Amleto scopre la verità nell’incontro col fantasma del padre e lo stesso fa mentre si aggira furtivo sui ponti rialzati, ascoltando le male parole che vengono pronunciate dai castellani sotto di lui. Quando scende al livello degli altri personaggi ecco che tutto è male, invidia, tradimento e bugia. In alto, dove stanno gli angeli, vi è la salvezza quasi paradisiaca mentre in basso, dove vive l’uomo, si sprofonda nei più abietti e immorali inferi. Il lavoro del regista su questo approccio visivo è molto piacevole e aiuta a non rimanere oppressi dalla claustrofobica scenografia del solo castello che avrebbe altrimenti appiattito molto il film. Lo stravolgimento dalla continuità degli eventi rispetto all’opera originale ci dà un certo senso di smarrimento, fortunatamente non troppo invasivo. Il cast fornisce uno spettro di interpretazioni ampio e valido, con una piacevole sorpresa per la recitazione di Mel Gibson, al tempo conosciuto solo per i suoi film d’azione. Qui Gibson pone le basi per quella che sarà la sua interpretazione più famosa, il William Wallace di Braveheart, caricando le espressioni nella maniera più drammatica per dare spessore alle scene dei cupi e tormentati soliloqui del protagonista. L’energia che il suo Amleto sprigiona è notevole ed è un continuo lottare tra il volerla liberare, portando a termine la sua vendetta, e il tentare di trattenerla per dare ascolto alla ragione. Possiamo dire che il vero Amleto shakespeariano era combattuto proprio da queste emozioni e quindi Mel Gibson si avvicina al personaggio con un approccio molto professionale. Non si può dire meno degli altri attori, tutti impegnati a dare corpo alle rispettive recitazioni, con una nota di merito su tutti per la brava Helena Bonham Carter. La sua Ofelia, distrutta dal dolore per la morte del padre e per il rifiuto amoroso di Amleto, è davvero memorabile. Non possiamo fare tutte le analisi filosofiche, storiche, letterarie e quant’altro di un’opera teatrale così famosa nel solo spazio di una recensione, però possiamo notare che, nonostante la versione di Zeffirelli sia modificata a dovere, molti dei contenuti sono presenti. Può risultare quindi interessante, anche sotto un profilo di studio, analizzare a fondo questa pellicola. La scena finale si ricollega con quella iniziale, inquadrando il corpo ormai privo di vita di Amleto come quello del padre prima di lui e chiudendo il ciclo della sua tormentata vita. Visione altamente consigliata.

Curiosità:

Nel film manca il personaggio di Fortebraccio, che nell’opera teatrale aveva un ruolo importante soprattutto nella parte conclusiva in quanto diventava il nuovo erede al trono dopo la morte di Amleto.

Si pensa che Shakespeare si sia ispirato alla leggenda di Amleth, raccontata dallo storico Saxo Grammaticus nella sua opera “Gesta Danorum”. In effetti gli eventi sono molto simili così come i nomi dei personaggi coinvolti.

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Hamburger Hill (1987)

by Cabal on apr.30, 2010, under 1987, Guerra

Regia: John Irvin

Cast: Dylan McDermott, Don Cheadle

Genere: Guerra

“Il Comando ci ha ordinato di manovrare più aggressivamente. Ho risposto che la maggior parte del primo plotone è rimasto sulla collina…” – Tenente Eden

Il 10 Maggio 1969 il Governo americano diede l’ordine alle truppe che si trovavano in Vietnam di conquistare la “Collina 937“, così chiamata perchè alta 937 metri. Nessuno poteva sapere quanto era ben fortificata e difesa quella collina, nonostante non fosse di grande rilevanza strategica per le sorti della guerra. I soldati di fanteria della “101st Airborne Division” incaricati di portare a termine questo compito dovettero affrontare una delle battaglie più sanguinose di quel conflitto, cercando di rimanere uniti nonostante le forti divergenze di opinioni e gli odi razziali all’interno del loro stesso battaglione. Il 20 Maggio, dopo dieci giorni di inferno e un gran numero di vite umane perdute, la collina fu conquistata e ribattezzata col nome di Hamburger Hill, la “collina tritacarne“.

Intraprendere la visione di un film di guerra non è mai cosa semplice perchè i temi sono sempre molto scottanti e i messaggi lanciati dai registi vengono troppo spesso filtrati o distorti dagli abili produttori hollywoodiani nell’interesse, prima di tutto, di dare un’immagine positiva dell’America in tutto il mondo. Non è facile far buon viso a cattivo gioco quando si parla di un conflitto vergognoso come quello che ebbe luogo in Vietnam. Migliaia di giovani ragazzi vennero spediti a combattere in uno dei territori geograficamente più ostili che la natura abbia mai creato con l’unico scopo di annientare il regime comunista del Vietnam del Nord, tanto scomodo ai governi capitalisti occidentali. Tutti questi ragazzi, messi contro un nemico disposto a morire per proteggere il proprio paese da questa invasione, diventarono solo vite sacrificabili per portare a termine il piano. Il regista John Irvin nel 1969 girò un documentario sulla guerra in Vietnam andando direttamente sui luoghi delle battaglie che i soldati stavano affrontando e questa esperienza gli diede l’opportunità di scegliere con grande esattezza il giusto scenario per girare Hamburger Hill, ispirandosi a quella crudezza che la realtà aveva posto davanti ai suoi occhi. Il film fu girato nelle Filippine, in location adatte a creare l’ambientazione infernale in cui vennero scaraventati i soldati dei battaglioni coinvolti nell’assalto, ovvero terreni estremamente fangosi e fitti di vegetazione. L’estetica del film è coerente con la realtà dei fatti, sia sul piano della narrazione degli eventi che sul piano della rappresentazione visiva. E’ da notare come John Irvin abbia voluto dare risalto all’umanità dei soldati permettendoci di cogliere, attraverso le loro parole, i suoi punti di vista personali. Innanzitutto la critica nei confronti della politica è evidente, ad esempio nelle scene in cui i ragazzi ricevono le lettere di corrispondenza delle loro donne. Alcune scrivono parole d’amore mentre altre si vergognano di essere fidanzate con soldati che venivano considerati dall’opinione pubblica alla stregua di assassini. Sul suolo americano, infatti, si tenevano manifestazioni pacifiste e si condivideva l’idea che la guerra del Vietnam fosse una guerra inutile, contro un popolo già di per sè oppresso dalla povertà. I rapporti stessi tra i soldati sono tesi, vi è l’ombra dell’odio razziale tra bianchi e neri che in patria non è ancora spento, nonostante l’America si proclami uno stato democratico e paritario nei confronti dei suoi cittadini. Infine vi è una forte critica all’organizzazione stessa della battaglia. Le truppe aeree USA sbagliarono le coordinate per i bombardamenti e uccisero gli stessi soldati americani sotto al fuoco che avrebbe dovuto colpire i Vietcong, ed è da notare che questo episodio avvenne realmente. John Irvin non risparmia certo sui contenuti, però la regia avrebbe potuto essere più corposa e più coinvolgente invece che di stampo quasi documentaristico. Nonostante la prima parte del film sia dedicata alla presentazione dei personaggi, non riusciamo ad affezionarci o ad avvicinarci emotivamente a quasi nessuno di essi e quindi assistiamo agli eventi successivi in maniera piuttosto distaccata. Questa scelta abbassa un pò il tono drammatico del film sul lato recitativo ma lo risalta sul piano visivo. I corpi cadono mutilati sotto le granate nemiche; la montagna è ancora più crudele della guerra stessa, con la pioggia e il fango scivoloso che la rendono inscalabile; i Vietcong sono agguerriti e inarrestabili e i loro bunker introvabili e intanto, tra un assalto e l’altro, i giornalisti americani si concedono qualche bella intervista ai soldati moralmente e fisicamente distrutti. In questo caos di morte e disperazione c’è chi si rifiuta di perdere la sua identità. Possiamo percepirlo dalle parole del soldato Languilli, soprannominato scherzosamente dai compagni “Analfabeta“, che sul punto di morte ricorda a tutti che il suo nome è Vincent, urlandolo a squarciagola verso il cielo. Questo è sicuramente il momento più drammatico del film e le note della canzone “We Gotta Get Out of This Place” (Letteralmente: “Dobbiamo andarcene da questo posto”) del gruppo The Animals chiudono il tragico quadro dipinto dal regista. Non è il miglior film di guerra realizzato ma la sostanza c’è e in un certo qual modo anche la forma ed è quindi consigliato. “La guerra è sempre una fregatura. Una gran fregatura.” dice uno dei soldati… e noi possiamo forse dargli torto?

Curiosità:

Per chi fosse interessato esiste un sito (in lingua inglese) che analizza l’evento storico paragonandolo con le sequenze del film. Di seguito il link: http://www.historyinfilm.com/hamhill/real.htm

Lo sceneggiatore James Carabatsos partecipò alla guerra del Vietnam.

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Hancock (2008)

by Cabal on apr.27, 2010, under 2008, Azione

Regia: Peter Berg

Cast: Will Smith, Charlize Theron, Jason Bateman

Genere: Azione

“Dannazione, sei un supereroe, la gente dovrebbe amarti!” – Ray Embrey

Hancock è un ragazzo di colore che vive come uno squattrinato nei sobborghi di Los Angeles, passando le sue giornate ubriacandosi col whisky e aiutando la polizia nella lotta contro la criminalità. Si, perchè Hancock è anche dotato di poteri sovrumani che lo rendono immortale e fortissimo e grazie a questi riesce sempre a catturare i delinquenti che ogni giorno turbano la quiete pubblica della città. Nonostante tutto la gente non lo considera un supereroe per via del suo carattere scontroso e arrogante. La sua vita cambierà quando incontrerà Ray Embrey, un addetto alle pubbliche relazioni che riuscirà a stravolgere la sua immagine negativa trasformandolo in un eroe. Questa rinascita porterà con sè anche nuovi problemi, svelando un passato di cui nemmeno Hancock era a conoscenza.

Quando vidi i primi trailer di Hancock pensai che fosse l’ennesimo adattamento cinematografico di qualche supereroe dei fumetti, invece l’idea del personaggio è nata dalla mente di Vincent Ngo che scrisse la prima sceneggiatura nel lontano 1996. Questa bozza girovagò per gli studi delle case di produzione di Hollywood per ben dieci anni fino a quando la Columbia Pictures non si decise a prendere in mano le redini del progetto. Inizialmente il film avrebbe dovuto intitolarsi “Tonight he comes” (Letteralmente: “Stanotte egli arriva“) e per il personaggio principale si presero in cosiderazione attori come George Clooney, Ben Affleck e Leonardo DiCaprio ma infine fu scelto Will Smith e devo dire che la scelta è stata positiva perchè il film è a tratti comico e Smith è un attore capace anche di farci sorridere. Mettendo da parte le aspettative che si potrebbero avere da un “vero” film di supereroi possiamo apprezzare la pellicola di Peter Berg come un tentativo originale di proporre una variazione sul tema. Hancock ha dei superpoteri ma non si considera un eroe e nemmeno la gente lo considera tale. E’ rozzo, incapace di intrattenere rapporti sociali, volgare, scanzonato e persino ubriacone ma non gli riesce di fregarsene delle ingiustizie che colpiscono i più deboli e ogni giorno cerca di essere d’aiuto per qualcuno. Infine è molto solo. Questa è la vera maledizione di Hancock, quando si innamora perde i suoi poteri. La trama di fondo è molto drammatica ma Berg sceglie la via del film mainstream e non si sofferma su questo aspetto che avrebbe reso il personaggio ancora più umano e più vicino al pubblico. Purtroppo la strategia di far legare emotivamente gli spettatori al personaggio principale, usata da molti sceneggiatori in passato, è andata scemando progressivamente dagli anni novanta in poi per lasciare spazio al “culto dell’estetica” e ad oggi vi sono pochissime interpretazioni che riescono veramente a cogliere nel segno. Queste considerazioni tolgono poco al film perchè si tratta pur sempre di un film d’azione e come tale lo prendiamo, con una punta di rammarico per ciò che si sarebbe potuto fare ma non si è fatto. La storia, dopo una buona metà introduttiva, prende una svolta inaspettata e tutte le emozioni legate ai personaggi principali si fanno da parte per lasciare spazio a scontri titanici tra Hancock e una sua antica rivale potente quanto lui. Queste scene sono molto ben realizzate ma durano troppo poco e la tensione cala drasticamente lasciando il film quasi privo di contenuti proprio sul finale. Will Smith è molto a suo agio nella parte, tanto che spesso i suoi atteggiamenti ci sembrano naturali e recitati senza fatica. Charlize Theron, al contrario, è piuttosto anonima e avrebbe potuto cedere la sua parte a una vasta schiera di attrici ben più preparate e più caratteriste. Molto bravo Jason Bateman, il suo personaggio è importante perchè rappresenta la speranza e la tenacia nel voler credere in un possibile futuro migliore, governato dalla pace. La regia si avvale molto della steadycam (la telecamera montata sulle spalle del cameraman) risultando nervosa e leggermente disordinata, si nota come questa scelta sia stata fatta apposta per avvicinarsi a quello che è il carattere di Hancock che in una frase memorabile dichiara: “Mi chiamo John Hancock, bevo e… m’incazzo!“. Ottimi gli effetti speciali, ben dosati e ben fusi con le scene. In conclusione è un film che avrebbe potuto essere molto più particolare se si fosse approfondito maggiormente il personaggio principale, nel complesso risulta comunque gradevole e alterna saggiamente azione e comicità per farci trascorrere quasi due ore in leggerezza. Il finale lascia aperta la possibilità di un secondo capitolo, speriamo più divertente e speriamo anche un pò più serio perchè Hancock, di sicuro, non è un eroe per bambini.

Curiosità:

Il titolo originale doveva essere “Tonight he comes“. In seguito fu cambiato in “John Hancock” ma alla fine si scelse semplicemente “Hancock“.

Il simbolo dell’aquila sul costume di Hancock dovrebbe identificarlo con la figura del dio greco Zeus.

Charlize Theron e Jason Bateman nel film sono marito e moglie. Anche nella terza stagione del telefilm “Arrested Development” gli stessi attori interpretavano una coppia sposata.

Peter Berg appare in un cameo: è uno dei dottori che tenta di rianimare Mary all’ospedale.

La sceneggiatura originale era molto più seria e orientata verso un pubblico adulto. Oltre che essere un senzatetto, Hancock doveva essere anche frustrato sessualmente in quanto i suoi poteri non gli permettevano di avere rapporti con delle ragazze senza ucciderle per la troppa forza “sprigionata”.


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Le Vergini Cavalcano la Morte (1973)

by Cabal on apr.25, 2010, under 1973, Gotico, Horror

Titolo Originale: Ceremonia Sangrienta (Letteralmente: Cerimonia Sanguinosa)

Regia: Jorge Grau

Cast: Espartaco Santoni, Lucia Bosè

Genere: Horror (Sottogenere: Gotico)

“In fondo l’ha scritto anche Voltaire. Coloro che succhiano il sangue umano non sono precisamente i morti ma sono i vivi. Gli speculatori, gli usurai e gli altri veri vampiri, che non abitano nei cimiteri ma in palazzi comodi e lussuosi.” – Dottor Silas

Il marchese Karl Ziemmer vive nella sua lussuosa dimora con la moglie Erzebeth, diretta discendente della famigerata famiglia Bathory. Il rapporto tra i due non è idilliaco in quanto Karl rivolge tutte le sue attenzioni allo studio delle superstizioni popolari, in particolare delle leggende sui vampiri, e sua moglie cade spesso in depressione a causa dell’indifferenza che egli mostra verso di lei. Sotto consiglio della sua governante e fattucchiera Erzebeth ripercorre la via che rese tristemente famosa la sua antenata, iniziando ad uccidere giovani fanciulle vergini per fare il bagno nel loro sangue con la speranza di ringiovanire e riconquistare la bellezza di un tempo.

Jorge Grau firma sia la regia che la sceneggiatura di questo film e scrive di suo pugno una storia dalle sfumature tetre e dall’atmosfera cupa, accompagnandoci nei meandri dell’horror-gotico con successo. L’originalità del tema purtroppo viene meno, in quanto le vicende della famosa Contessa Bathory erano già state portate sullo schermo da Peter Sasdy nel film Countess Dracula – La Morte va a Braccetto con le Vergini del 1971. Questo non toglie che Grau riesca a mettere insieme il suo film con stile, intrecciando la figura della marchesa Erzebeth, maniaca omicida, con quella del marito Karl ossessionato dal vampirismo. I due elementi si fondono e percorrono una strada comune, rinforzandosi l’un l’altro e permettendo al film di avere un’ossatura di un certo spessore, sufficiente e tenere alta l’attenzione degli appassionati di genere. L’ambientazione, datata 1807, è ricreata con attenzione e sorprendono soprattutto i lavori sui costumi, per la prima volta realizzati senza voler per forza stupire lo spettatore ma con un occhio più rivolto al realismo. Abiti senza troppi orpelli per i nobili e stracci cuciti alla buona per i popolani permettono di uscire dal classico lavoro delle produzioni mainstream, in cui i costumi sono talmente curati in ogni dettaglio che finiscono per essere “finti e perbenisti” anche se realizzati da grandi maestri con doti indiscutibili. La sceneggiatura non è ottima, alcuni dialoghi sono emotivamente spenti e poco originali, ma c’è un mix intrigante di elementi gotici e horror che riesce a intrattenerci con interesse fino alla fine. Scene di nudi femminili, vampiri, sangue e riti popolari legati alle superstioni si susseguono, facendoci concentrare sull’atmosfera perversa e morbosa che domina il film più che sulle lacune dello script. Assistiamo alla rappresentazione di una leggenda popolare realmente esistita, secondo cui era possibile rintracciare la tomba di un vampiro grazie all’aiuto di un cavallo bianco cavalcato da un ragazzo o da una ragazza vergini. Solo in altri due film ritroviamo una scena simile, Dracula del 1979 e Subspecies del 1991. Un’altra leggenda è riproposta con cura: nella scena iniziale, dopo aver scovato la tomba del vampiro, una ragazza chiede di poter prelevare qualche goccia di sangue dal cadavere. In seguito la ragazza preparerà del pane impastando la farina col sangue di vampiro. Questa era un’usanza antica di alcune zone della Polonia secondo la quale si credeva che mangiare del pane fatto col sangue di vampiro rendesse invulnerabili a queste creature. E ancora: assistiamo al processo in cui i giudici chiedono alla moglie del defunto vampiro di identificarne il cadavere ed ella lo identifica come il signor Plogojowitz. Il riferimento è reale e richiama un caso di vampirismo del 1725 in cui si processò tale Peter Plogojowitz, un contadino accusato di aver ucciso nove compaesani. Vi sono poi altri riferimenti al mito del vampiro: il magistrato che arriva in città si presenta col nome di Helsing, dal nome del famoso rivale di Dracula, il professor Abraham Van Helsing e la fattucchiera che dona a Marina la pozione d’amore si chiama Carmilla, come la vampira del famoso racconto del 1872 di Sheridan Le Fanu. Le Vergini Cavalcano la Morte è la prima incursione del regista nell’horror e possiamo affermare che è stata fatta con una certa passione e un certo approfondimento. Lo stesso possiamo dire per gli attori che recitano con impegno e serietà, donando al film la possibilità di essere “preso sul serio” anche da chi non è avvezzo alle produzioni di serie B. Da notare il lavoro svolto sul personaggio della marchesa Erzebeth, magistralmente interpretata da Lucia Bosè: nel film non la si vede mai invecchiare ma nemmeno la si vede ringiovanire eppure nella scena finale ella si guarda allo specchio e l’immagine riflessa è quella di una donna anziana e prossima alla morte. Questo ci fa capire che la donna è in realtà pazza e l’idea di poter ringiovanire col sangue delle vergini è solo una folle speranza creata dalla sua mente per sfuggire all’orrore della morte. C’è anche una sottile critica al mondo della nobile borghesia, visto come il vero regno in cui abitano i vampiri ovvero tutti quegli uomini che si permettono lussi e ricchezze sulle spalle del popolo, non succhiandone realmente il sangue ma nei fatti privandolo di un’esistenza felice e dignitosa. Purtroppo Jorge Grau realizzerà solo un altro film del brivido, conosciuto da noi col titolo Non si Deve Profanare il Sonno dei Morti ed è un vero peccato per gli amanti del genere perchè le premesse gettate da questo regista, sia a livello di stile che di contenuti, erano veramente accattivanti.

Curiosità:

Per chi fosse interessato, ecco il link ad un articolo di Wikipedia in cui si narra del caso Plogojowitz:   http://it.wikipedia.org/wiki/Peter_Plogojowitz

Jorge Grau fu assistente alla regia di Sergio Leone ne Il Colosso di Rodi.

Assistiamo a due scene molto crude: in una i falchi del marchese Karl strappano le piume ad un altro uccello e nell’altra due bambini lanciano sassi contro un pipistrello inchiodato ad un albero. Le due scene sembrano reali e non realizzate con effetti speciali.

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I Guerrieri della Notte (1979)

by Cabal on apr.18, 2010, under 1979, Azione, Thriller

Titolo Originale: The Warriors (Letteralmente: I Guerrieri)

Regia: Walter Hill

Cast: Michael Beck, David Patrick Kelly, Deborah Van Valkenburgh

“Ci siamo battuti un’intera notte per tornare in questa fogna.” – Swan

Cyrus, capobanda della gang più importante di New York conosciuta col nome di “Riffs”, indice una tregua in tutta la città e invita i membri delle altre bande a partecipare ad un raduno. Questi si riuniscono e Cyrus tiene un discorso molto acceso in cui propone una grande alleanza per conquistare la città. Improvvisamente un proiettile lo colpisce al petto ed egli muore sotto gli occhi di tutti. La banda dei “Guerrieri” viene accusata di essere coinvolta nell’omicidio e i suoi membri sono costretti a scappare. La strada da percorrere per tornare nel loro quartiere si trasformerà in una lotta estenuante perchè tutte le bande sono sulle loro tracce con l’unico scopo di ucciderli e vendicare Cyrus.

Sull’onda delle rivoluzioni giovanili post ‘68, il regista Walter Hill viene colto da un lampo di genio sensazionale. Decide di girare un adattamento cinematografico del libro di Sol Yurick, “The Warriors“, modificandone alcuni aspetti considerato che erano passati ben 14 anni dalla prima edizione del libro, datata 1965. La trama di fondo rimane pressocchè invariata e si ispira a sua volta all’opera “Anabasi” dello storico Senofonte. In quest’ultima si narra di come diecimila mercenari ellenici, radunati dal comandante Ciro Il Giovane con lo scopo di conquistare la Persia, si ritrovarono in battaglia senza più il loro capo e dovettero ritirarsi marciando fra mille pericoli e trappole per tornare nella loro patria. Nel film I Guerrieri della Notte si respira a pieni polmoni l’atmosfera giovanile di ribellione alla società, che sfogò tutta la propria rabbia repressa nei movimenti culturali e soprattutto musicali degli imminenti “anni ‘80″. I giovani si riuniscono in bande, pressocchè tutte di fascia sociale molto povera o emarginata, soprattutto per darsi un’identità e per aiutarsi nel difficile compito di sopravvivere in quelle metropoli che sempre più dividono il popolo per schiavizzarlo. Vincere questa battaglia, rompere gli schemi e liberarsi dall’oppressione dei potenti è impossibile se non si uniscono le forze in uno scopo comune, mettendo da parte le piccole e poco importanti incomprensioni. Questo è il messaggio che voleva dare Cyrus al suo popolo prima che la caotica follia di un singolo individuo ponesse fine alla sua vita, spegnendo così ogni barlume di luce per il futuro. Nel film la ribellione viene stroncata da Luther, un personaggio senza scopi precisi, che alla domanda “Perchè lo hai fatto?” risponderebbe tranquillamente “Perchè potevo!”. Nella realtà invece è diverso, ad impedire agli uomini di modificare il proprio stato di schiavitù ci pensano le spie, i traditori e i corrotti, che giustificano le loro azioni riprovevoli con l’ossessivo culto della divinizzazione del proprio “Io”, al di sopra del quale non esiste nulla e in nome del quale essi sono disposti a distruggere ogni accenno di vita e di civiltà. Lo stesso triste tema fu toccato anche da Bryan Yuzna nel suo Society-The Horror. Tornando al film di Hill, tecnicamente non è impeccabile ma sprigiona personalità da ogni inquadratura. Le luci poco curate e i colori sporchi ci fanno entrare ancora più a fondo nelle buie e marce strade della metropili. Le musiche, rigorosamente composte con sintetizzatori, evidenziano le scene affidandosi a suoni distorti ed effettati più che a vere e proprie melodie. I costumi delle bande sono davvero caratteristici e gli attori sono scelti al meglio, in particolare i due protagonisti della pellicola: Michael Beck nella parte di Swan, capobanda dei Guerrieri, e David Patrick Kelly in quella di Luther, leader dei Rogues. Quest’ultimo entrerà nella leggenda per la sua frase: “Guerrieri…giochiamo a fare la guerra?” urlata nella scena della resa dei conti finale. La tensione è costante per tutto il film, sostenuta anche dalla geniale idea della voce alla radio che narra degli scontri tra le bande che avvengono durante la notte. Si avverte per tutto il film un mix esplosivo di crudezza, virilità, libertà, sensualità ed energia ribelle e da questo mix è impossibile non venire travolti. I Guerrieri della Notte è diventato negli anni un vero e proprio film Cult e il consiglio rimane uno solo: da vedere assolutamente!

Curiosità:

Il nome del capobanda dei Riffs, Cyrus, è stato scelto proprio per ricordare il personaggio storico Ciro il Giovane.

Nella prima stesura della sceneggiatura il personaggio di Vermin doveva essere ucciso da una ragazza della banda delle Lizzies.

Nella scena del raduno furono chiamate 1000 comparse.

La scena del combattimento tra i Guerrieri e i Punks nei bagni della metropolitana è l’unica scena del film girata in uno studio e non per strada.

I camion della troupe e tutte le loro attrezzature furono protette da atti di vandalismo da una vera banda della zona, pagata 500 dollari al giorno e chiamata “The Mongrels”.

Il film avrebbe dovuto intitolarsi “Strade di Fuoco” ma poi l’idea fu messa da parte e riutilizzata da Walter Hill per un altro suo film.

La famosa frase “Guerrieri…giochiamo a fare la guerra?” pronunciata da David Patrick Kelly fu, secondo una sua stessa dichiarazione, improvvisata sul momento e non facente parte della sceneggiatura originale.

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La Donna Lupo di Londra (1946)

by Cabal on apr.16, 2010, under 1946, Thriller

Titolo Originale: She-Wolf of London

Regia: Jean Yarbrough

Cast: Don Porter, June Lockhart, Sara Haden

Genere: Thriller

“Perchè i tuoi desideri sono quelli di un lupo…Sanguinari, voraci, insaziabili!” – Barry Lanfield

Il giovane e benestante Barry Lanfield deve sposarsi con la bella Phyllis Allenby a breve. Mancano pochi giorni al matrimonio quando nel parco di Londra cominciano ad avvenire strani delitti. Ogni mattina Phyllis si sveglia con le mani sporche di sangue e i vestiti macchiati di fango. La sua mente comincia a vacillare nella convinzione di essere posseduta dalla maledizione che colpì gli antenati della famiglia Allenby, perseguitati con l’accusa di essere licantropi.

Da una grande casa come la Universal ci si può aspettare quasi sempre produzioni di qualità e guardando il film La Donna Lupo di Londra non si rimane certo delusi in questo senso. Girato in un bianco e nero piuttosto sfumato e ben curato nella fotografia, il film si avvale degli standard classici dell’epoca. L’occhio è sempre appagato dalla cura che pongono gli scenografi nel bilanciare il peso delle inquadrature, sia considerando gli ambienti interni che quelli esterni, aggiungendo dettagli senza mai rendere la scene caotiche. I personaggi si muovono all’interno di ville con stanze e corridoi enormi ma nonostante questo essenziali nell’arredamento, caratteristica tipica dei set americani degli anni ‘40 e ‘50. Il parco dove si svolgono i delitti ricorda lontanamente il bosco in cui si spostava furtivo Lon Chaney Jr. interpretando il suo licantropo nel film L’Uomo Lupo. Gli attori sono sufficientemente teatrali nel rendere le emozioni dei loro personaggi e risultano tutti piacevoli nelle loro parti, con un particolare riguardo alla brava Sara Haden che nella parte finale dà un’ottima prova recitativa, elevando notevolmente la tensione e la qualità del film. La pellicola risulta nel complesso piacevole anche se priva di idee particolari. Il punto decisamente più deludente è l’accorgersi di essere caduti in una sorta di piccolo “tranello” della nota casa produttrice. Nonostante si annoveri la presenza di licantropi nel titolo, il film gira attorno ad una serie di omicidi compiuti da un essere che sembra un lupo ma che non mostra mai le sue fattezze. Di conseguenza non possiamo inserire La Donna Lupo di Londra tra i “monster-movie” della Universal del periodo d’oro perchè nei fatti la sceneggiatura è quella tipica del genere thriller e non si spinge oltre. Questo non deve scoraggiare gli amanti di quelle produzioni dal guardare anche questo film, perchè in fondo l’atmosfera generale è ispirata proprio a capolavori come Dracula del 1931 e L’Uomo Lupo del 1941. Basta intraprendere la visione con le giuste pretese e se ne trarranno emozioni positive.

Curiosità:

Il film è girato in gran parte negli studi Universal chiamati “Hacienda“, usati per molti film western di serie B.

Molti attori hanno dovuto lavorare durante la sera di Natale perchè le riprese cadevano proprio in quei giorni.

L’attore Lloyd Corrigan, che nel film interpreta il Detective Latham, prese la parte dell’attore Forrester Harvey poichè questi morì poco prima delle riprese.

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Interceptor (1979)

by Cabal on apr.13, 2010, under 1979, Apocalittico, Azione, Thriller

Titolo Originale: Mad Max (Letteralmente: Max il pazzo)

Regia: George Miller

Cast: Mel Gibson, Steve Bisley, Joanne Samuel

Genere: Thriller (Sottogenere: Post Atomico)

“Quella non è un’auto, è un aereo che vola rasoterra!” – Jim Goose

Siamo in un futuro in cui la civiltà è ritornata ad essere governata dalla violenza e dalla barbarie e gli uomini si uccidono per accaparrarsi le ultime taniche di benzina. Max Rockatanksy è un poliziotto della squadra Main Force Patrol, detta anche MFP. Uno psicopatico di nome Nightrider sfida la polizia ma la sua folle corsa in auto finisce quando incontra Max che lo sperona facendolo uscire mortalmente di strada. Quando scopre di essere ricercato dalla banda di criminali che vogliono vendicare il loro amico, Max dà le dimissioni perchè teme per la sua famiglia. Fuggire non servirà a niente. La moglie Jessie ed il figlioletto perderanno la vita e Max indosserà nuovamente la divisa da poliziotto cercando disperatamente giustizia.

Interceptor è a tutt’oggi uno dei film cult del genere Post-atomico, e con esso anche i due seguiti Interceptor – Il Guerriero della Strada e Mad Max – Oltre la Sfera del Tuono. Il regista non si aspettava ciò che sarebbe successo in seguito: girato con un budget di soli 350.000 dollari ne incassò oltre 100 milioni in tutto il mondo! I motivi di un tale successo vanno ricercati nell’originalità assoluta dell’ambientazione e dei personaggi. Le location scelte per le riprese sono vaste pianure australiane nei pressi di Melbourne, caratteristiche in quanto estremamente aride e polverose. Il sole che batte su queste steppe fa sembrare l’aria irrespirabile e malata, velenosa e sporca come i teppisti che si aggirano per quelle zone sulle loro motociclette. Non si fa mai riferimento a guerre nucleari nella sceneggiatura, eppure il film sembra ambientato qualche anno dopo l’esplosione di una bomba atomica che ha raso al suolo ogni costruzione ed ogni barlume di civiltà. Rimangono solo la violenza dei criminali che non mostrano alcuna pietà per nessuno ed il coraggio dei poliziotti che ancora combattono per un mondo migliore. Per rendere al meglio la durezza di questo eterno conflitto viene svolto un ottimo lavoro durante la fase di selezione del cast. Gli attori che interpretano i teppisti hanno dei volti da veri pazzi, molti di loro sono così magri e ossuti che sembrano delle iene pronte a mangiare i cadaveri delle loro prede. Hugh Keays-Byrne, nella parte di Toecutter, si è ispirato addirittura alla figura di Genghis Khan per rendere unica la sua recitazione e l’effetto è davvero notevole. Anche i costumi sono particolari, cuciti alla buona con stracci e pezzi di ferro come avrebbe fatto veramente chi fosse cresciuto in un mondo desolato e povero come quello. Poi ci sono i poliziotti, vestiti in pelle nera di tutto punto per dare l’impressione di durezza e forza, elementi necessari ad infondere coraggio e speranza nei cittadini che desiderano protezione. I volti degli attori che li interpretano si addicono al ruolo; Mel Gibson è quasi angelico nel pieno della sua giovinezza, Steve Bisley e Roger Ward sono duri e simpatici allo stesso tempo. Ed infine ecco un altro elemento che è entrato nella leggenda della cinematografia: la famosa V8 Interceptor, l’auto usata da Max per vendicarsi. Caratteristica principale di quest’auto è il compressore volumetrico montato sopra al motore che le permette di raggiungere la potenza di 600 cavalli, “un aereo che vola resoterra”. L’insieme di tutti questi accorgimenti ed una trama che si snoda attorno al primordiale istinto di vendetta hanno fatto di Interceptor un intramontabile cult, che acquista sempre più fascino col passare del tempo. La domanda che ci pone il regista è forse questa: che prezzo siamo disposti a pagare per seguire gli ideali di giustizia? Max abbandona l’uniforme perchè non è disposto a mettere in pericolo la sua famiglia, ma appena perde il coraggio di combattere la peggiore delle sciagure si avventa su di lui facendolo precipitare nel dolore e nella follia. La risposta è chiara: chi sceglie di essere guerriero deve essere pronto a tutto per difendere il proprio ideale e non deve permettere che la codardìa prenda il sopravvento. Da vedere assolutamente perchè ad un Cult non si dice mai di no!

Curiosità:

Interceptor è il film che ha lanciato Mel Gibson nel mondo delle star hollywoodiane eppure è stato preso nel cast per puro caso. Doveva solo accompagnare ai provini un amico. La sera prima aveva partecipato ad una rissa in un bar e aveva il volto tumefatto, il responsabile della selezione lo vide e gli disse di tornare perchè avrebbero avuto bisogno di attori, per così dire, “malandati”. Così Mel Gibson tornò e gli diedero una parte da recitare come provino. Fortunatamente fu poi selezionato.

I primi trailer del film proiettati negli Stati Uniti non menzionavano la presenza di Mel Gibson nel cast in quanto era un attore conosciuto solo in Australia.

L’auto V8 Interceptor fu costruita sulla base di una Ford Falcon XB GT Coupé.

La motocicletta di Jim Goose è una Kawasaki Z1000 del 1977.

Alcune frasi dette da Nightrider durante la scena dell’inseguimento sono tratte dal testo della canzone “Rocker” del gruppo hard rock AC/DC.

Esiste un videogioco intitolato Mad Max ed uno intitolato Fallout che hanno un’ambientazione simile a quella del film, così come il manga a fumetti Ken Il Guerriero del 1983.

!!!!! – Attenzione piccolo Spoiler:

Nella scena finale Max cattura un motociclista della banda e gli ammanetta una caviglia ad un’auto. Poi gli lancia una sega da ferro e gli dice che se vuole salvarsi la vita prima che l’auto esploda può segarsi il piede e liberarsi. Questa idea ricorda veramente molto il film Saw – L’Enigmista del 2004.

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La Stirpe dei Vampiri (1957)

by Cabal on apr.13, 2010, under 1957, Gotico, Horror

Titolo Originale: El Vampiro (Letteralmente: Il Vampiro)

Regia: Fernando Méndez

Cast: Germán Robles, Abel Salazar, Ariadna Welter

Genere: Horror, Gotico

“Marta sarà dei nostri la seconda volta che il suo sangue entrerà nel mio copo. Poi così rimarrà, nei secoli dei secoli.” – Conte Karol De Lavud

La giovane Marta si mette in viaggio verso la fattoria che una sua zia le ha lasciato in eredità. Scesa dal treno fa la conoscenza del Dottor Enrique che decide di accompagnarla. Pochi giorni dopo il loro arrivo accadono strani eventi che sembrano legati alla tenebrosa figura del Conte Karol De Lavud. Il terrore si impossesserà di Marta quando comincerà ad udire delle grida spettrali provenire dai sotterranei della fattoria e molti abitanti della zona inizieranno a sparire misteriosamente.

La Stirpe dei Vampiri è una piccola perla semisconosciuta che in Italia e in gran parte del mondo passò quasi inosservata. La pellicola richiama a gran voce le atmosfere dei film horror del periodo d’oro della Universal, rivaleggiando con il famoso Dracula di Tod Browning. Méndez lavora con un budget decisamente limitato eppure riesce nel suo intento, sfruttando scenografie tipiche delle produzioni messicane e catapultandole in un clima tetro e cimiteriale. La fattoria in cui si svolgono gli eventi finisce per sembrare un castello da quanto l’ingegnosità del regista riesce a cogliere le sfumature più cupe di ogni inquadratura, nascondendo la telecamera in anfratti oscuri e giocando con lente carrellate lungo corridoi coperti di ragnatele e illuminati da forti contrasti di luci e ombre. Lo svolgersi degli eventi ricorda molto il lavoro di Browning, le vicende iniziano in un piccolo paese fuori dal luogo in cui si trova il vampiro per poi spostarsi nei meandri della sua dimora e dare il via ad un crescendo di terrore e drammaticità. La sceneggiatura cerca di evidenziare la lotta di ideologie tra un mondo in cui avanza inesorabile il progresso scientifico e un mondo ancora attaccato alle proprie secolari superstizioni. Il film si avvale della recitazione di un cast di buon livello. Veniamo a contatto con alcuni personaggi secondari che danno colore alla storia, da ricordare tra questi la spettrale figura della zia María Teresa, interpretata da Alicia Montoya, che riesce a donare alla pellicola le stesse cupe vibrazioni che possiamo percepire guardando capolavori gotici come Danza Macabra di Antonio Margheriti. Germán Robles avrebbe potuto lavorare più approfonditamente sul suo personaggio recitando con un pò più di serietà e malvagità, ma fortunatamente i suoi lineamenti sono molto marcati e infondono un aspetto affascinante e cadaverico al suo vampiro, dando vita ad una figura differente da quanto visto fino a quel momento. Da non dimenticare la splendida e tenebrosa colonna sonora che non ci abbandona mai per un momento, con violoncelli e strumenti ad arco che suonano spartiti da brivido. Possiamo evidenziare che la sceneggiatura de La Stirpe dei Vampiri, pur essendo piacevole, è dominata da una certa lentezza nello svolgersi degli eventi e la regia è costretta a compensare questi vuoti stiracchiando un pò troppo alcune scene e rallentando il ritmo generale. Questo è l’unico punto debole del film ma non sufficiente ad intaccarne l’incontestabile validità, accentuata anche dal pregio di essere il primo film al mondo a proporre la figura del vampiro con i famosi “canini”. Nosferatu di Murnau aveva gli incisivi aguzzi, mentre il Dracula di Browning non mostra mai i denti nell’atto di mordere le sue prede. Dal film di Méndez pare abbiano preso spunto i registi inglesi della Hammer che riproposero i loro vampiri coi canini appuntiti. Decisamente da vedere per coloro che amano le indimenticabili atmosfere degli horror vecchio stile.

Curiosità:

Vi è una scena veramente cruda per l’epoca, in cui il Conte Lavud insegue un ragazzo molto giovane e lo azzanna mortalmente al collo.

E’ il primo film in cui si vedono i famosi “canini aguzzi” del vampiro.

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Un’ Ombra nell’ Ombra (1979)

by Cabal on apr.06, 2010, under 1979, Sexploitation, Thriller

Titolo Originale: Un’Ombra nell’Ombra

Regia: Pier Carpi

Cast: Carmen Russo, Lara Wendel, Irene Papas

Genere: Thriller, Erotico

“Il principio di tutto fu quella notte in cui ci sottomettemmo a Lui, il nostro Padrone, e cedemmo i nostri corpi e le nostre anime ai suoi voleri.” – Carlotta

Carlotta, Raffaella, Lena e Agata partecipano, molto giovani, ad un rituale satanico con lo scopo di evocare Lucifero e ottenere da lui poteri sovrumani. Il demonio si presenterà a loro ma solo per piegarle al suo volere e condannarle a una vita infelice. La maledizione colpirà anche le figlie delle quattro donne. Daria, la figlia di Carlotta, si rivelerà essere il nuovo portavoce di Lucifero e complotterà per soggiogare il mondo intero al volere del suo padrone.

Un’Ombra nell’Ombra è il secondo e ultimo lungometraggio diretto da Pier Carpi, che in precedenza aveva girato solo Povero Gesù. Spezzo una lancia a favore di questo regista che, nonostante sia poco preparato tecnicamente, esprime una certa dose di impegno e di talento in questa sua opera. Appassionato di esoterismo nella vita reale, Carpi scrive sul tema diversi libri e da uno di questi decide di trarre la sceneggiatura per il film in questione. Non trovando finanziamenti sufficienti mette il progetto in cantiere fino a quando l’enorme successo de L’Esorcista e di Omen – Il Presagio non scateneranno la nuova moda dei film a sfondo satanico. A questo punto si unisce al filone e riesce a realizzare il suo film, decisamente più povero di mezzi rispetto ai due capolavori appena citati ma piuttosto all’altezza di altre produzioni italiane dell’epoca. L’atmosfera è appropriata e le ambientazioni sono decisamente cupe, gran parte delle inquadrature è invasa dall’oscurità spezzata solo da punti luce distanti e fiochi. Scenografie con altari, candelabri, fiamme, simboli satanici ed esoterici fanno da contorno alle scene dei rituali che purtroppo non sono rese dagli attori con la dovuta serietà visto il tema trattato. Fa eccezione la giovanissima Lara Wendel, vera protagonista del film, che col suo sguardo tagliente e malvagio entra nella parte della figlia di Lucifero con impegno regalandoci alcuni birividi e surcalssando lo stesso Ezio Miani che interpreta, appunto, il signore del male. Purtroppo, escluse Daria e Carlotta, i vari personaggi di contorno sono poco approfonditi e questa scelta, unita ad alcune lacune nella sceneggiatura, contribuisce a far vacillare la trama abbassando l’attenzione dello spettatore. Essendo una produzione italiana degli anni settanta difficilmente poteva mancare l’elemento erotico, le scene di nudo sono un tentativo di rientrare nel filone sexploitation ma senza esagerare visto che, se non altro, sono inserite con un certo criterio e non completamente a caso. Accompagnato dall’elemento satanico l’erotismo acquista una sfumatura blasfema che aiuta il regista nel suo intento di farci entrare in un mondo in cui il male regna sovrano, al punto da spingere una madre a voler uccidere la figlia pur di liberarla dal demonio. Pregevole la scelta di accompagnare tutto il film con le musiche di Stelvio Cipriani che si avvicinano a certe composizioni nello stile usato dai Goblins per i film di Dario Argento. Per alcuni appassionati del genere questo film può rivelarsi una piacevole visione se non addirittura un cult, difficilmente verrà apprezzato da chi mastica in prevalenza cinema mainstream.

Curiosità:

Lara Wendel girò alcune scene di nudo che fecero molto scandalo dato che l’attrice all’epoca aveva solo 12 anni.

Irene Papas doveva girare una scena di nudo ma in quella scena non la si vede mai in viso e si suppone che abbia usato una controfigura.

Nella scena in cui Lucifero sgretola una parete e appare a Carlotta, che si trova assieme ad un uomo in un vicolo, i due attori sono sostituiti da due controfigure. Non sapendone l’esatto motivo si suppone che la scena sia stata girata in seguito.

Il film fu girato nel 1977 ma uscì solo nel 1979.

Esiste un’edizione belga in VHS del film in cui è presente una scena, della durata di 3 minuti e 14 secondi, tagliata in tutte le altre edizioni. Ecco la copertina:

Nella scena tagliata l’allora giovanissima Carmen Russo si avvicina ad un altare, si spoglia e vi si sdraia sopra circondata da altre donne che assistono al rituale tra cui Carlotta, Raffaella, Lena e Agata. Arriva Lucifero e quando sta per possederla e farla diventare la sua ennesima schiava le quattro donne sollevano le loro spade puntantole al viso del demonio che svanisce. Di seguito troverete alcune immagini di questa scena.


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…e la Terra prese fuoco (1961)

by Cabal on apr.05, 2010, under 1961, Apocalittico, Fantascienza

Titolo Originale: The Day the Earth Caught Fire (Letteralmente: Il giorno in cui la Terra prese fuoco)

Regia: Val Guest

Cast: Janet Munro, Leo McKern, Edward Judd

Genere: Fantascienza (Sottogenere: Apocalittico)

“Siamo stanchi, impauriti, preferiamo distruggerci piuttosto che vivere nelle preoccupazioni e nella paura. C’è rimasta una sola speranza: che tutto finisca al più presto!” – Peter Stenning

A seguito dell’esplosione simultanea di due bombe nucleari facenti parte di una serie di esperimenti bellici statunitensi e russi, la Terra subisce una inclinazione del proprio asse dovuta alla potenza dell’impatto. Nella redazione di un giornale londinese si cercano di riportare i fatti nella maniera più dettagliata possibile mentre il mondo comincia a subire violente trasformazioni climatiche. La temperatura sale ogni giorno di più, l’acqua comincia ad evaporare e la popolazione cade nel panico. I politici e gli scienziati di tutto il mondo dovranno trovare il prima possibile una soluzione o la fine dell’umanità sarà certa.

Val Guest ci propone un film che riflette sul triste tema della folle corsa agli armamenti bellici, che fu centro delle strategie politiche di Stati Uniti e Unione Sovietica alla fine della Seconda Guerra Mondiale. All’epoca in cui il film uscì la tensione era al culmine, in piena Guerra Fredda si temeva un conflitto nucleare tra le due superpotenze a seguito degli avvenimenti che diedero origine alla cosiddetta “Crisi dei Missili di Cuba“. Nel film il reporter Peter Stenning assieme all’amico Bill Maguire investigano sugli avvenimenti cercando di offrire un punto di vista realistico ai lettori del loro giornale. Il realismo è alla base dell’intera sceneggiatura, scritta da Wolf Mankowitz e Val Guest insieme, e contribuisce a rendere le vicende narrate più credibili e di conseguenza più spaventose. Il ritmo serrato dei dialoghi trasmette una sensazione generale di ansia e Guest utilizza uno stile registico elaborato che ancora oggi è spunto per molti film d’azione. In alcune scene, nonostante non si tratti di un film post-apocalittico, sembra di assistere ad un vero e proprio scenario di totale distruzione della civiltà, con le città abbandonate e le strade attraversate dalle sole ventate di polvere. L’uso adeguato di filtri e del formato Dyaliscope aumentano notevolmente il senso di catastrofe imminente. Gli attori sono tutti di buon livello ma il protagonista principale, Edward Judd, è perfetto nel suo ruolo di giornalista egoista e demotivato che se ne frega di tutto, persino del proprio lavoro. Per tutto il film promette all’amico Bill, che lavora spesso al posto suo, di scrivere un articolo decente sugli avvenimenti che stanno sconvolgendo l’umanità ma non lo farà fino alla fine, fino a quando non sarà troppo tardi. Il suo comportamento potrebbe essere una critica nei confronti di chi vuole vivere la serenità della propria piccola realtà fingendo che non esistano altri problemi al mondo se non i propri. L’individualismo uccide la coscienza collettiva, che è l’unica forza in grado di far superare all’uomo le peggiori difficoltà se non addirittura l’estinzione. Nessuno arriva a salvare l’umanità alla fine di questa storia, perchè gli uomini possono salvarsi solo se si uniscono abbandonando i conflitti. Il moralismo è presente ma dosato egregiamente evitando di risultare pesante ed anche il finale è scelto con saggezza, lasciando aperte due possibili strade: la salvezza o la distruzione. E’ da sottolineare anche un certo erotismo nella storia d’amore tra Peter e Jeannie, piuttosto avanti per l’epoca ma ben lontano dalla volgarità e portato sullo schermo dalla femminilità della bella Janet Munro.  Siamo di fronte ad un film dai toni e dai temi estremamente attuali, che vuole essere un pretesto per invitare gli spettatori a pensare e proprio per questo è caldamente consigliato.

Curiosità:

Gli interni della redazione del giornale per cui lavorano i protagonisti sono stati girati in una vera redazione londinese che si trovava a Fleet Street, la “Express Newspapers“.

L’inquadratura di un camion dei vigili del fuoco che sfreccia durante la notte è la stessa utilizzata nei fotogrammi del film L’Astronave Atomica del Dottor Quatermass del 1955, sempre per la regia di Val Guest.

L’attore Michel Caine recita nella parte di un poliziotto ma non è accreditato nei titoli di testa.

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Il Pozzo e il Pendolo (1961)

by Cabal on mar.29, 2010, under 1961

Titolo Originale: The Pit and the Pendulum

Regia: Roger Corman

Cast: Vincent Price, Barbara Steele

“Morirai di una morte terribile! Morirai!” – Nicholas Medina

Siamo nel sedicesimo secolo, il giovane Francis Barnard giunge in Spagna dall’ Inghilterra per far luce sulla morte della sorella Elizabeth, moglie di Nicholas Medina. Arrivato al castello chiede spiegazioni sulla causa del decesso ma le risposte di Medina sono vaghe, al punto da portare Francis a sospettare che sia stato lui stesso ad ucciderla. Egli invece è sconvolto ed è convinto di avere seppellito viva la moglie a seguito di una diagnosi di morte errata da parte del medico di famiglia, il dottor Leon. Un susseguirsi di spettrali avvenimenti cominciano a verificarsi tra le mura del castello e per evitare di cadere nel baratro della follia, Medina decide di esumare la salma della moglie dal luogo in cui riposa.

Il Pozzo e il Pendolo è la seconda pellicola del ciclo ispirato ai racconti di Edgar Allan Poe, composto da otto film prodotti e realizzati dal grande Roger Corman. In quest’opera, e ancora di più nel precedente I Vivi e i Morti, Corman dà il meglio di sè realizzando un intramontabile capolavoro di cinema gotico. Ad aiutarlo in questa impresa il prolifico e sempre brillante sceneggiatore Richard Matheson, che per dare vita a questo film riprende in mano il racconto di Poe stravolgendone gli eventi e caricando l’atmosfera di tragico pathos. Nel racconto originale si narravano, in forma di soliloquio, le emozioni di un uomo che stava per essere giustiziato dall’ Inquisizione spagnola mentre nel film la trama è diversa ma non meno drammatica. Nicholas Medina è figlio di un inquisitore e nei sotterranei del castello di famiglia si trovano ancora gli strumenti di tortura del padre. Da bambino Nicholas scoprì come questi macchinari venivano utilizzati e lo shock gli procurò terribili visioni che ancora oggi lo perseguitano e lo spingono, ogni giorno di più, verso la follia. Egli teme di aver seppellito viva la moglie, condannandola ad atroci sofferenze come quelle che vide infliggere agli uomini e alle donne vittime dell’ Inquisizione. L’atmosfera del film rispecchia egregiamente l’animo cupo e tormentato dei protagonisti sin dall’inquadratura iniziale della scogliera sulla quale è costruito il castello, gelida e sempre percossa dalle onde di un mare che non trova pace. Altrettanto magistrali gli interni attraverso cui si muove la regia, come fosse uno spettro nascosto tra cunicoli illuminati dalla sola luce delle torce e coperti di polvere secolare. La contrapposizione tra questi oscuri passaggi segreti e le stanze del castello elegantemente ammobiliate e decorate trasmette allo spettatore la sensazione che il pericolo, fuori da esse, sia sempre in agguato. La grande sala delle torture che ospita il diabolico meccanismo del pendolo sembra davvero, come grida lo stesso Medina, la porta dell’ inferno. Gli attori immersi in questi scenari recitano ad un buon livello ma sopra a tutti si erge, come sempre, l’ineguagliabile Vincent Price, che dà vita al dramma interiore del suo personaggio con l’emotiva ed esasperata teatralità che solamente lui sa portare sul grande schermo. Per tutto il film siamo così coinvolti dalla sua recitazione che dopo il finale, quando il climax è raggiunto e le ultime battute vengono pronunciate, ci attendiamo di vedere calare il sipario come in un vero teatro. L’apparizione di Barbara Steele è breve ma di impatto, Corman la scelse dopo averla vista recitare ne La Maschera del Demonio di Mario Bava e ne rimase impressionato. Anche i costumi sono ben realizzati e la tecnica di colorazione usata, il Pathècolor, è perfetta per dare alla pellicola un gusto “antico”. Roger Corman mette in scena un capolavoro che diverrà un punto di riferimento per i registi del futuro e non si discosta da quella che fu l’essenza delle poesie di Poe anche se ne reinterpreta i contenuti. Ancora oggi possiamo cogliere gli echi del suo inconfondibile stile nelle produzioni contemporanee. Da vedere assolutamente.

Curiosità:

Il pendolo costruito per la scena finale era di legno ma la lama era di gomma.

Il secondo film del ciclo su Poe non doveva essere Il Pozzo e il Pendolo bensì La Maschera della Morte Rossa. Corman riteneva quest’ultimo troppo simile a Il Settimo Sigillo di Ingmar Bergman e quindi ne posticipò la realizzazione.

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The Transporter (2002)

by Cabal on mar.27, 2010, under 2002, Azione

Titolo Originale: The Transporter (Letteralmente: Il Trasportatore)

Regia: Corey Yuen, Louis Leterrier

Cast: Jason Statham, Shu Qi

Genere: Azione

“Regola uno: mai cambiare i patti.” – Frank Martin

Frank Martin, ex-soldato americano che ora vive in Francia, per guadagnarsi da vivere trasporta merci illegali con la sua auto. I suoi clienti sono quasi sempre criminali e per sopravvivere deve attenersi a tre regole fondamentali: l’accordo una volta sancito non può essere in alcun modo cambiato o modificato; mai fare nomi; mai aprire i pacchi. Una serie di eventi lo porterà a infrangere l’ultima regola e a trovarsi incastrato in un intrigo che lo metterà in pericolo di vita.

L’idea del film, riletta nella sua ossatura, potrebbe sembrare non male e anzi quasi intrigante, ma la sceneggiatura di The Transporter utilizza questo spunto di base solo per dare il via a una sequenza di situazioni al limite dell’assurdo. In un film di azione raramente si pretendono anche contenuti di un certo spessore ma qui si sconfina nel ridicolo da quanto sono improbabili sia gli attori che la concatenazione degli eventi. Il buono di turno è un soldato americano (non l’avremmo mai detto!) che decide di sventare, ovviamente da solo, i piani di una banda di trafficanti. A gettarlo in questa avventura è una bella ragazza cinese di nome Lai che svela a Frank la crudele verità dietro a questi loschi affari. I personaggi, dal primo all’ultimo, non hanno alcun senso di esistere perchè si comportano in maniera assolutamente irrealistica e incomprensibile tanto che proseguire nella visione di questo film richiede il totale scollegamento del cervello. Non chiediamoci perchè i criminali decidano di mettersi a sparare colpi di bazooka contro la casa di Frank in pieno giorno senza preoccuparsi di essere visti, non cerchiamo di capire perchè l’ Ispettore Tarconi, pur avendo le prove che Frank è un assassino e un contrabbandiere, decide di aiutarlo e lo fa evadere dal carcere regalandogli persino una pistola, non indaghiamo sul perchè dopo inseguimenti e scazzottate ed esplosioni il trucco e i capelli di Lai siano sempre in perfetto stato… Evitiamo insomma di porci troppe domande perchè non avremo mai degne risposte e passiamo quindi a valutare altri aspetti. La regia non è ai livelli di un film d’azione americano ma riesce coi suoi mezzi a confezionare un prodotto dal ritmo abbastanza serrato e nelle scene più complesse si districa con piccoli trucchi del mestiere, permettendo al film di stare dentro un budget di medio livello. Gli attori sono decisamente mediocri con l’unica eccezione del protagonista, Jason Statham, che ha un volto duro e simpatico allo stesso tempo, quindi molto coerente col suo personaggio, ed è anche un buon atleta. Le location scelte sono decisamente prive di personalità e nemmeno il lavoro degli scenografi riesce a dare un tocco creativo ad interni ed esterni così poveri di dettagli da risultare noiosi. Le scene d’azione sono l’unico motivo di esistere di questo film, con attori e stuntman mediamente validi e alcune trovate decisamente assurde ma di intrattenimento. Consigliato a chi ama vedere esplosioni e scazzottate staccando la spina dalla realtà.

Curiosità:

Le locandine americane riportano Corey Yuen come regista e Louis Leterrier come direttore artistico mentre quelle europee riportano il primo come regista delle scene d’azione e il secondo come regista ufficiale.

Jason Statham ha girato quasi tutte le scene d’azione senza l’utilizzo di una controfigura.

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The Libertine (2004)

by Cabal on mar.25, 2010, under 2004, Drammatico, Storico

Titolo Originale: The Libertine (Letteralmente: Il Libertino)

Regia: Laurence Dunmore

Cast: Johnny Depp, John Malkovich, Samanta Morton

Genere: Drammatico – Storico

“Traete le conclusioni alla distanza a cui vi terreste se stessi per mettere la lingua sotto le vostre sottane.” – John Wilmot

Al conte di Rochester, John Wilmot, viene dato il compito di stilare una sceneggiatura per un’opera teatrale a cui avrebbe di lì a poco assistito il re di Francia. Invece di elogiare l’ Inghilterra, Wilmot la dipinge come una sorta di girone infernale colmo di anime votate a piaceri fisici e a depravazioni di ogni genere, atteggiamenti tipici del pensiero libertino in voga ai tempi. La rappresentazione scatena l’indignazione del re Carlo II che difficilmente perdonerà l’oltraggio subìto. Lavorando nel teatro il conte conosce una giovane e promettente attrice, Lizy Berry e decide di aiutarla a crescere professionalmente poichè vede in lei grandi doti e inoltre ne è segretamente innamorato. Dopo diversi anni, quando scopre di essere malato di sifilide e ricercato dal re, Wilmot è costretto a fuggire. Viene ritrovato dopo alcuni mesi e portato al cospetto di Carlo II che dovrà prendere una decisione in merito alla sua sorte.

Questo film rappresenta davvero qualcosa di particolare poichè è l’opera prima e unica di Laurence Dunmore e dello sceneggiatore Stephen Jeffreys a cui vanno riconosciuti diversi meriti. Innanzitutto lo script è vivace e articolato e a tratti sconfina nella commedia pur essendo un dramma di un certo spessore politico. Veniamo accompagnati nel viaggio attraverso la vita di John Wilmot con garbo per essere poi travolti assieme a lui dal tormento di un destino avverso che egli stesso si è creato. Il vero dramma del conte non risiede nel suo atteggiamento libertino, che egli stesso finisce per odiare, ma nel terrore di una vita piatta e monotona. Il suo desiderio di sentirsi vivo lo porta ad ammettere con sè stesso che l’unico motivo di gioia per lui è il teatro, l’unico luogo in cui le emozioni devono fluire al massimo della loro energia per incantare il pubblico. La donna di cui si innamorerà sarà infatti una promettente attrice che diverrà per lui una sorta di oasi spirituale in mezzo all’arido deserto di un’ Inghilterra avvolta ormai nel peccato. Wilmot non teme di esprimere i propri pensieri con coraggio, ma come in ogni realtà ormai corrotta troverà solo persone che non vogliono ascoltare e che finiranno per condannarlo pur di non ammettere le sue scomode verità. Nonostante egli stesso sia il maggior esponente del libertinismo, dentro di sè cova odio per le istituzioni che hanno permesso un tale scempio spirituale. E’ come se volesse dirci che lo Stato, non importa se monarchico o democratico o altro, ha comunque il sacro dovere di prendersi cura del suo popolo e trattarlo come fossero tutti suoi figli, istruendolo e facendolo crescere sia spiritualmente sia culturalmente, altrimenti l’ inferno spalancherà le sue porte e ci trasformerà in demoni. La malattia che affligge il conte è infatti la metafora di un demone interiore che cresce e tramuta il corpo in qualcosa di quasi satanico a vedersi, ma che in realtà è solo l’esteriorizzazione di una drammatica mutazione interiore, di un pozzo senza fine che ha trascinato l’anima di Wilmot nell’oblio. Come molte anime perse e in preda alla disperazione, anche lui cercherà l’ultimo rifugio nella conversione religiosa, non tanto per salvarsi dalla dannazione che egli non teme quanto per un desiderio di espiazione che lo invade troppo tardi, generato dal pentimento di non aver dato valore a nulla nella sua vita. Il regista sceglie di “anticare” la pellicola girando gran parte delle scene con le sole luci delle candele che si usavano al tempo e l’effetto è veramente caldo e avvolgente. Gli attori non sono al meglio della loro forma ma sanno comunque regalarci un’interpretazione sufficiente a reggere il peso del tema trattato. Da sottolineare la performance non facile di Samantha Morton, che ha dovuto interpretare un’attrice nell’attrice. Consigliato a chi ama il genere storico, ma anche solo a chi vuole apprezzare un film drammatico sopra la media.

Curiosità:

Il film si basa sulla sceneggiaura di Stephen Jeffreys che era già stata portata a teatro in una rappresentazione in cui John Wilmot era interpretato da John Malkovich.

La scena in cui Johnny Depp e Rupert Friend si baciano è stata eliminata.

Nella realtà il vero conte John Wilmot non fu esiliato dal re a causa della sua rappresentazione teatrale oltraggiosa intitolata “A Satyr on Charles II“, bensì si autoesiliò.

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X Files – Voglio Crederci (2008)

by Cabal on mar.21, 2010, under 2008, Thriller

Titolo Originale: X Files – I Want to Believe (Letteralmente: Voglio Credere)

Regia: Chris Carter

Cast: Gillian Anderson, David Duchovny, Mitch Pileggi

Genere: Thriller, Horror

“Lei crede in queste cose?” – “Diciamo che voglio crederci.” - Padre Joe e Fox Mulder

La dottoressa Dana Scully viene contattata dall’agente Mosley Drummy per ritrovare Fox Mulder, ex responsabile della sezione “X-Files” dell’FBI, considerato l’unico in grado di collaborare alle indagini riguardo a misteriose sparizioni di alcune donne. Lei si reca dall’ex collega e lo mette al corrente dei fatti. Mulder comincia ad indagare assieme agli agenti ma quando capirà cosa si cela dietro ai rapimenti avrà bisogno dell’aiuto di Scully e di Padre Joe, un medium capace di vedere avvenimenti passati. Insieme scopriranno un agghiacciante segreto.

Voglio Crederci è il secondo lungometraggio tratto dalla famosa serie The X-Files e le vicende qui narrate si collocano temporalmente dopo l’ultima stagione del telefilm. A dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare non siamo di fronte ad un film fantascientifico ma ad un thriller con venature horror la cui trama si interseca di poco con quella della serie, tanto da rendere Voglio Crederci un film che avrebbe avuto più ragione di esistere se fosse stato pensato come produzione indipendente, levandogli così il peso di dover essere all’altezza con quello che i fans di X-Files si sarebbero aspettati. Dopo sei anni di silenzio dall’ultimo episodio sono rimasti aperti molti interrogativi riguardo ai personaggi e alle vicende della serie televisiva ma qui non troveremo le risposte. Chris Carter, sceneggiatore e regista, non ha voluto dirigere questo lungometraggio per portare avanti le sue idee fantascientifiche ma per dare più risalto al rapporto tra Scully e Mulder. Le doti medianiche di Padre Joe sono infatti l’unico elemento soprannaturale del film. La trama procede con lentezza per circa metà del tempo, accompagnata da un banale ripetersi di situazioni e di dialoghi poco interessanti. Tentando di concentrare l’attenzione sui caratteri dei personaggi principali l’originaltà viene a mancare, in quanto David Duchovny è sempre uguale a sè stesso e Gillian Anderson, pur essendo un’ottima attrice, non riesce a reggere da sola tutto il peso di un film che ha pochi punti di forza. Nessuna interpretazione di spicco tra gli attori secondari. Carter non si è espresso al meglio ma resta comunque uno sceneggiatore molto preparato e sul finale rialza il tono, accelerando il ritmo del montaggio e caricando la tensione. Quando scopriamo il macabro destino che era in serbo per le donne rapite l’atmosfera sconfina nell’horror e questo è un bene, se non altro perchè possiamo provare qualche brivido che spezza finalmente la noia generale. Il film finisce per essere un viaggio attraverso sofferenze fisiche e interiori, attraversato da un sottile velo psichedelico e morboso che si sposa bene col gelo dei paesaggi innevati che fanno da sfondo al susseguirsi di eventi. La realtà attorno a Scully è fredda e quasi paralizzata come a rappresentare la sua anima, ormai privata di ogni forza combattiva da un passato e da un futuro opprimenti e apparentemente immutabili. L’amore che la lega a Mulder sarà l’unica energia che li porterà in salvo. Nel complesso il film si lascia apprezzare se non si hanno troppe pretese ed è tecnicamente ben realizzato dal team della Ten Thirteen Productions, la casa di produzione che curò con egregia professionalità tutti gli episodi televisivi. Il collegamento con la serie X-Files ha avuto un effetto positivo solo al momento del lancio attirando l’attenzione di milioni di fans per poi rivelarsi un flop al botteghino. Chris Carter ha dichiarato che non è da escludersi un terzo lungometraggio basato nuovamente sul tema dell’invasione aliena.

Curiosità:

Nella scena in cui Mulder chiama Scully al cellulare, sul display si leggono due nomi: Bowman e Gilligan. Rob Bowman è il regista del primo film e di molti episodi di X-Files mentre Vince Gilligan è stato scrittore e produttore della serie.

Il film è dedicato a Randy Stone, l’agente di casting che scelse gli attori per l’episodio pilota della serie TV. Morì nel 2007.

Nella scena in cui Scully e Mulder sono sdraiati sul letto insieme, Scully ha in mano il libro “Beautiful WASPs Having Sex” scritto da Dori Carter, la moglie di Chris Carter.

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